Mappa Regione Sicilia

La Sicilia /siˈtʃilja/ è la più estesa isola del Mar Mediterraneo, la settima d’Europa, la quarantacinquesima del mondo. Come ente amministrativo è denominata Regione Siciliana, così come appare sul suo statuto, che è legge costituzionale della Repubblica italiana. È una regione autonoma a statuto speciale. Parte dell’Italia insulare è costituita, oltre che dalla Sicilia, dalle Eolie, dalle Egadi, dalle Pelagie, Ustica e Pantelleria. È la regione più estesa d’Italia (25.710 km²) e la sua isola maggiore.

Ha come capoluogo Palermo ed è abitata da oltre 5 milioni di persone: ciò la rende, nonostante le grandi dimensioni, l’isola maggiore più densamente popolata del Mediterraneo dopo Malta. È l’unica regione italiana ad annoverare due città fra le dieci più popolose del paese: Palermo, quinta, e Catania, decima. È una delle mete turistiche più importanti d’Europa e nel Settecento era l’ultima tappa del Grand Tour, il viaggio che i giovani aristocratici inglesi compivano in Europa per istruirsi.

Storia

Il Tempio della Concordia ad AgrigentoLa Sicilia entra nell’età storica con la colonizzazione greca, che inizia con la fondazione di Naxos, Leontinoi per opera dei Calcidesi e di Siracusa  per opera dei Corinzi, circa la metà del VIII secolo a.C.; poco dopo sarebbe stata fondata Cuma, presso l’attuale Napoli, e questa avrebbe fondato Zancle (Messina), Naxos fondò Katane (Catania) e i greci megaresi fondarono Megara Hyblaea. Nella prima metà dell’VII secolo a.C. sorsero Ghelas per opera dei rodio-cretesi ed poi Akrai  ed Eloro  per opera dei siracusani. Selinunte  per opera dei megaresi ed Himera, opera dei calcidesi-zanclei, sorsero a metà del VII secolo. Al principio del VI secolo Akragas (Agrigento) fu fondata dai gelesi mentre i siracusani fondarono Kamarina. Verso la metà del VI secolo a.C. greci di origine calcidese  giunsero a Morgantina. Poco dopo i Greci giunsero i Fenici. Nel secolo VI la costa occidentale dell’isola appartiene ai Cartaginesi, fondatori di Zyz (Palermo), Mozia e di Soluto mentre le città di Eryx e Segesta furono fondate dagli Elimi.

La civiltà dei discendenti dei Greci stabilitisi in Sicilia (Sicelioti) è analoga a quella della Grecia propriamente detta. La formazione fondamentale è la “polis”, la città; anche quando si formano Stati più vasti, questi sono pur sempre aggregati alla città. Non pare che nelle città siceliote (come neppure in quelle italiote) vi sia stata mai la monarchia. L’aristocrazia fondiaria tenne generalmente il potere fino alla metà del secolo VI; gareggiò poi con essa la plutocrazia industriale e commerciale. Successivamente al periodo di egemonia aristocratica si ha la lotta tra l’aristocrazia e il popolo, mirante quest’ultimo ad ottenere l’uguaglianza dinanzi alla legge (donde le legislazioni attribuite a personaggi leggendari) e la partecipazione ai diritti politici. L’opposizione all’aristocrazia favorì, come in Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al 500 a.C. troviamo in quasi tutte le città siciliane.

La Sicilia fu, al pari della Magna Grecia, un centro di cultura greco: ricordiamo Archimede, Caronda, Empedocle, Epicarmo, Gorgia, Sofrone e Stesicoro. Splendida fu la fioritura artistica, specialmente nell’architettura religiosa. Tra la fine del secolo VII e il principio del VI sorsero i primi templi a Siracusa, Agrigento per esempio; nel corso del VI si ebbero le grandi costruzioni dei templi dorici. Con le costruzioni architettoniche si sviluppò la decorazione sculturale: famose sono le metope di Selinunte. L’arte industriale ebbe pure larghissimo sviluppo; di grande valore estetico sono le monete delle città siceliote.

Il primo posto per importanza politica in Sicilia fu Siracusa, che divenne antesignana nella lotta con Cartaginesi ed Etruschi. La sua ascesa risale al principio del V secolo sotto il tiranno Gelone, vincitore ad Imera (ca. 480) dei Cartaginesi, mentre il fratello e successore Gerone sconfisse gli Etruschi a Cuma per mare (474). Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa una rivoluzione in senso democratico, che provocò il ristabilimento dell’indipendenza delle città siciliane assoggettate dai tiranni siracusani. Siracusa tuttavia proseguì la sua attività marittima fin nell’Italia centrale. Si ebbe ora in Sicilia un tentativo dei Siculi di liberarsi dal dominio greco e di costituire un regno proprio sotto Ducezio, tentativo che finì per fallire (460-440). Nella seconda metà del secolo V Atene venne a contrastare la potenza della dorica Siracusa, ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a.C. finì in un disastro. Di quest’indebolimento dei Greci approfittò Cartagine  per una ripresa in Sicilia, occupando nel 409 a.C. Selinunte  e nel 405 a.C. Agrigento. Siracusa venne alla riscossa sotto il tiranno Dionigi il Vecchio, che però non spinse a fondo la guerra contro i Cartaginesi perché impegnato nella sottomissione delle città siceliote e nei tentativi espansionistici in Italia, ove si spinse fin nell’Adriatico superiore. Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa un lungo periodo di sconvolgimenti, terminato nel 343 con il ristabilimento della libertà per opera di Timoleonte, il quale vinse i Cartaginesi, promosse la liberazione delle città siceliote e la loro alleanza.

Siracusa riprese la politica egemonica intorno al 316 a.C. per opera del tiranno Agatocle, che sottomise le altre città greche, assunse il titolo di re (305) e combatté contro Cartagine. Lui morto (289), Siracusa tornò in libertà. Premuta nuovamente da Cartaginesi, essa, assieme ad Agrigento, invitò Pirro re dell’Epiro che era venuto in Italia su chiamata di Taranto, a combattere i Romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne successi; ma la discordia insorse tra lui e i suoi alleati ed egli allora fece ritorno sul continente. I Cartaginesi ristabilirono la loro potenza sull’isola, mentre Siracusa doveva difendersi dai Mamertini, mercenari campani impadronitisi di Messina. Durante la guerra contro di essi si ebbe la costituzione a Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270) e l’intervento dei Romani, chiamati dai Mamertini. Di qui l’inizio della prima guerra punica.

Epoca romana

A seguito della I guerra punica (264-241 a.C.) l’isola fu assoggettata da Roma, che ne fece la sua prima provincia: una parte del territorio venne considerato ager publicus mentre il resto fu sottoposto a tributo. Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono, città federate (fra cui Siracusa, che mantenne per alcuni decenni una limitata autonomia) e municipi romani.

Durante la seconda guerra punica (218-202 a.C) vi furono ribellioni siceliote contro i Romani, principalmente ad Agrigento e Siracusa. Celebre fu il lungo assedio che quest’ultima subì da parte dell’esercito romano, che culminò nel 212 a.C. con l’espugnazione e il saccheggio della città. Le misure repressive che vennero adottate da parte dei vincitori recarono un grave colpo alla Sicilia. Siracusa divenne una città tributaria, mentre l’intera popolazione di Agrigento fu ridotta in schiavitù, venduta e sostituita da siciliani provenienti da zone rimaste fedeli a Roma. Le confische di beni e territori portarono allo sviluppo del latifondo e a una stagnazione della popolazione isolana, costituita in gran parte da schiavi che diedero vita alle guerre servili. Fra queste ultime rivestì una certa importanza quella scoppiata nel 138 a.C., in cui emerse anche un risveglio di sentimenti d’indipendenza da parte di alcuni centri abitati dell’isola. La feracità dell’isola fece di essa, fin da tarda età repubblicana, una delle regioni cereagricole più importanti del mondo romano. Dopo la morte di Cesare, la Sicilia fu governata, per alcuni anni, insieme alla Sardegna, da Sesto Pompeo. In età augustea si moltiplicarono gli stanziamenti dei veterani e dei coloni romani che favorirono il processo di latinizzazione di gran parte dell’isola. Essa, tuttavia, nell’ordinamento delle regioni augustee, era considerata come non facente parte dell’Italia. La concessione generale della cittadinanza romana fatta a suo tempo da Antonio non fu tuttavia mantenuta da Augusto, il quale però otorgò alle principali città lo status di municipio romano o di colonia latina.

La Sicilia godette di un relativo benessere fino ad epoca antonina, ma nel III secolo partecipò al generale processo di decadenza economica e politica dell’Impero. Con il nuovo ordinamento amministrativo ideato da Diocleziano e mantenuto in massima parte dagli imperatori successivi, la Sicilia, con la (Sardegna e la Corsica), venne unita amministrativamente all’Italia. All’effimera ripresa culturale ed economica dell’Impero durante il IV secolo l’isola non restò probabilmente estranea: di quest’epoca è la celebre villa romana del Casale di Piazza Armerina, che con i suoi 3.500 mq di mosaici.[2] costiuisce uno dei più superbi esempi di arte romana tardoantica. Attorno alla metà del V secolo i Vandali, stabilitisi in Africa, s’impadronirono dell’isola.
Epoca barbarica e bizantina

Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Odoacre ne ottenne la restituzione da Genserico dietro pagamento di tributo; Teodorico ne conservò il possesso senza più pagare il tributo. I Goti non fecero stanziamenti in Sicilia, rimanendo effettivamente nel dominio dei latifondisti romani (fra cui principale il vescovo di Roma) e questo facilitò la sua immediata adesione al generale imperiale Belisario quando vi sbarcò nel 535 d.C. iniziando la riconquista dell’Italia. L’isola rimase per tre secoli sotto la dominazione bizantina senza far parte né della circoscrizione italiana, né di quella africana, in dipendenza diretta da Costantinopoli, come una specie di demanio imperiale. Grandissima influenza continuò ad avervi la chiesa romana[senza fonte]. I Longobardi, che non ebbero flotta, non misero mai piede in Sicilia. Cominciarono invece colà già nel VII secolo le incursioni musulmane dall’Africa.

Epoca Islamica

Chiesa di San Cataldo (Palermo), di epoca Normanna, frutto di maestranze miste cristiane e islamiche.Chiesa di San Cataldo (Palermo), di epoca Normanna, frutto di maestranze miste cristiane e islamiche.

L’occupazione stabile dell’isola da parte dei Musulmani non ebbe inizio però se non con lo sbarco a Mazara del Vallo nell’827. La conquista proseguì lentamente: nell’831 fu presa Palermo, nell’843 Messina, nell’859 Enna (Castrogiovanni). Rimase ancora ai Bizantini (ma forse è meglio dire in anarchia dato che le flotte bizantine lasciarono la Sicilia da sola) una striscia ad oriente con Siracusa, che cadde solo nell’878, e Taormina, che resse ancora fino al 902, completando infine con Rometta l’occupazione della Sicilia e dei suoi arcipelaghi nel 965. Il dominio dei Musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli dai loro stanziamenti dell’Italia meridionale che ne formarono come il propugnacolo, dalla divisione politica dell’Italia e dall’impotenza degli imperatori franchi e teutoni a riunirla sotto il loro dominio.

Epoca Normanna

Furono invece i Normanni stabilitisi nel Mezzogiorno che, prima ancora di compiere la conquista del continente, si rivolsero a togliere l’isola ai Musulmani. Ruggero I d’Altavilla iniziò l’impresa nel 1060 e la compì nel 1091 tenendo la Sicilia col titolo comitale come feudo di Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II, che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno continentale ed ebbe nel 1130 dall’antipapa  Anacleto II, e poi nel 1139 da Innocenzo II, la corona di Sicilia come feudo della Santa Sede. Scelse come sede reale, la cittadina di Cefalù, dove fece erigere nel 1131 la Basilica Cattedrale come suo mausoleo. Gli successe il figlio Guglielmo il Malo (1154-1166), così detto per la durezza con cui egli, o piuttosto il suo potente ministro, l’ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte dei grandi, specialmente di Puglia. Questi si erano rivolti a Federico Barbarossa e all’imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le milizie bizantine sbarcarono in Puglia, occupando Brindisi  e Trani e posero l’assedio a Brindisi (1156). Andarono però perdute le conquiste di Ruggero II.

Successo a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo il Buono (1166-1189), il regno si andò pacificando. Nella contesa tra il papato e i comuni da una parte e il Barbarossa dall’altra, Guglielmo II stette con i primi per difendersi dalle mire imperiali. Dopo Legnano egli concluse a Venezia, al pari dei comuni lombardi, una tregua con il Barbarossa (1177) e la pace a Costanza (1183).

Il che favorì un’intesa fra impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II fidanzò l’unico discendente legittimo della dinastia, Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, con il figlio dell’imperatore Enrico (1184). Il matrimonio fu celebrato a Milano nel gennaio 1186.

Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si levò un forte partito che gli oppose un rampollo illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte di Lecce, che fu riconosciuto da papa Clemente III. Una prima spedizione di Enrico VI (1191) non riuscì nella conquista del regno; una seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi (febbraio 1194), portò al successo, e alla fine del 1194 Enrico fu incoronato Re di Sicilia a Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui ferocemente repressi. Egli intendeva fare del regno una base per una grande spedizione contro l’impero bizantino, ma lo morte sopraggiunse improvvisamente a Messina nel settembre 1197.

La storia della Sicilia sotto suo figlio, Federico II, detto stupor mundi, il quale procedette ad un riordinamento generale del regno, è narrata nella voce relativa; e il seguito di essa in quella su Manfredi. Caduto questi a Benevento (1266), Carlo I d’Angiò, al quale il pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase padrone; e vana riuscì la spedizione di Corradino (1268), che venne decapitato a Napoli.

Epoca Angioina

La Sicilia fu particolarmente malcontenta del governo angioino, innanzitutto per il suo fiscalismo. Alcune parziali sollevazioni in favore di Corradino vennero ferocemente domate con lo sterminio d’intere cittadinanze, e molti nobili furono spogliati per dare i loro beni ai francesi. Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli, ove Carlo aveva la sua sede. Il popolo era malcontento anche per il modo licenzioso con cui i francesi trattavano le donne siciliane: malcontento che scoppiò nell’insurrezione dei Vespri Siciliani, iniziata il 31 marzo 1282, cui seguirono l’intervento di Pietro III d’Aragona acclamato re di Sicilia e la guerra cosiddetta del Vespro fra Angioini e Aragonesi.

Epoca Aragonese

Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia rimase a Federico III di Aragona col titolo di re di Trinacria. Alla sua morte l’isola avrebbe dovuto tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro. Di qui una lunga guerra fra i due regni protrattasi inconcludente assai dannosa, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste e con la legislazione e l’appoggio dato a re Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-1355). Sotto di lui e il suo successore Federico III, Giovanna I di Napoli e il marito Luigi di Taranto intervennero, chiamati da molti signori, ricevettero a Messina (1356) l’omaggio dei sudditi siciliani e per qualche tempo furono nella maggior parte dell’isola. Ben presto però Federico riprese il sopravvento; e nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese come del papa. L’isola rimarrà indipendente e con una propria dinastia regale fino al 1410 circa.

Morto Federico III nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d’Aragona del ramo principale, che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino il Giovane. L’isola si divise in fazione aragonese e siciliana, della quale seconda stettero a capo i potentissimi baroni Chiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Spagna e maritata a Martino il Giovane, e questi venne coronato a Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio re d’Aragona si dichiarò erede del Regno di Trinacria; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d’Aragona, seguì un periodo d’interregno e confusione, finché i siciliani, al pari degli Aragonesi, riconobbero il figliolo della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di Castiglia, venendo così a riunire i due regni di Aragona e di Sicilia con l’isola che perdette l’indipendenza.

In Sicilia i primi re aragonesi emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali, e costituirono definitivamente l’istituto del parlamento, un’assemblea d’origine normanna composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici ufficiali. I re per tener a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderante a danno dell’autorità regia e dei comuni. Tutto ciò portò l’isola ad una profonda decadenza.

Alfonso d’Aragona re di Sicilia, figlio di Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napoli nel 1442. Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perché la Sicilia passò con l’Aragona al fratello Giovanni II d’Aragona, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come acquisto personale, al figlio naturale legittimato, Ferdinando I. Con Ferdinando il Cattolico figlio di Giovanni, re di Aragona e di Sicilia, che riunì la Spagna sotto il suo governo, si ebbe di nuovo, per la conquista del Napoletano (1501-03) da lui operata contro la Francia, la riunione dei due regni alla corona di Spagna, rimanendo però distinte col titolo di Regno di Napoli e Regno di Sicilia. Prevalentemente a Palermo, risiedé un viceré. Gli spagnoli governarono in Sicilia come nelle altre province dell’impero: vennero a mano a mano ridotte le attribuzioni del parlamento. Inoltre gli spagnoli monopolizzarono il commercio del grano, accrescendo la decadenza economica della Sicilia. Queste condizioni produssero rivolte, di cui si ebbe una serie a Palermo, contemporanea a quelle di Napoli, di Masaniello e a quella in Sardegna: quella di Nino della Pelosa, che fu messo a morte; quella di Giuseppe D’Alesi. Il viceré e i nobili riuscirono a suscitare una sommossa popolare contro l’Alessi, in cui questi fu ucciso; e il popolo, privo di un capo, fu domato. Seguirono altri moti, e in ultimo, sul finire del 1649, una congiura che ebbe per capi due eloquenti avvocati, Antonio Lo Giudice e Giuseppe Pesce: la congiura fu scoperta e i due uccisi. Più tardi fu Messina ad insorgere (1674) mettendosi sotto la protezione di Luigi XIV; ma, quando questi pensò a far la pace con l’alleanza dell’Aia, ordinò lo sgombero della città (gennaio 1678), che ritornò così sotto la Spagna.

Con la pace di Utrecht (1713) il Regno di Sicilia fu dato a Vittorio Amadeo II di Savoia che in brevissimo tempo divenne inviso ai siciliani per la sua esosità.

Epoca Borbonica

La Spagna sotto la direzione dell’Alberoni tentò di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un esercito sbarcò in Sicilia occupandola. La formazione immediata della Quadruplice alleanza costrinse la Spagna a recedere dal suo proposito; e allora la Sicilia fu ceduta all’Austria, che non aveva cessato di reclamarla, passava sotto quella potenza per la ricordata pace di Utrecht. Il figlio di secondo letto di Filippo V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don Carlos, durante la guerra di Successione polacca compì (1734) una spedizione vittoriosa nel regno che riacquistò in lui un re indipendente, pur essendo strettamente legato politicamente alla Spagna. Sotto di lui (Carlo III, 1734-1759) e sotto il figlio Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci, si ebbe un indirizzo riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci e soprattutto dopo l’inizio della Rivoluzione Francese prevalse un indirizzo reazionario: questo non fece che favorire nella gente colta lo sviluppo delle nuove idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si ebbe nel 1795 la congiura del repubblicano Francesco Paolo Di Blasi. Nel 1799 e poi nel 1806-1814 Ferdinando III, per le pressioni dell’Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812 una nuova costituzione con le due camere dei Pari e dei Comuni, di tipo inglese.

Ferdinando III era stato costretto a concedere la costituzione anche dal fatto che la nobiltà, di dubbia devozione, aveva abbandonato la monarchia. Così, il sovrano era rimasto quasi isolato e non aveva potuto resistere alle pressioni del rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck. Questo spiega la soppressione del parlamento attuata dal re il 15 maggio 1815, non appena fu sicuro del suo ritorno sul trono di Napoli, e il decreto dell’8 dicembre 1816 con cui ordinava che tutti i suoi domini al di là e al di qua del Faro, cioè i due regni, sino allora distinti, di Napoli e di Sicilia, dovessero formare l’unico Regno delle due Sicilie. Quasi contemporaneamente procedeva all’abolizione delle libertà e delle franchigie della Sicilia, delle sue leggi, dei suoi ordinamenti, della sua zecca e delle sue magistrature. Ma una simile condotta destò subito nell’isola una viva opposizione, che condusse alla rivolta scoppiata nel luglio del 1820, subito dopo quella di Napoli: qui la Carboneria e i militari napoleonici avevano chiesto e ottenuto la costituzione, mentre a Palermo si voleva il riconoscimento dell’indipendenza siciliana. Tuttavia questa richiesta non trovò ascolto neppure presso il nuovo parlamento napoletano, e anche i deputati videro nell’indipendenza dell’isola il perpetuarsi dei privilegi feudali più che la garanzia di una vita libera. Sicché si disposero a sottomettere con la forza Palermo e sconfessarono la convenzione firmata da Florestano Pepe il 5 ottobre, invitando Pietro Colletta che ben presto ebbe ragione della resistenza dei siciliani.

Il particolarismo palermitano non aveva affatto giovato alla rivoluzione napoletana, che si era anzi dovuta logorare nel grave e difficile problema interno. D’altronde, anche quella rivoluzione era piuttosto un ricordo del periodo napoleonico che un’anticipazione dei moti risorgimentali e, pertanto, neppure essa poté resistere a lungo all’esercito austriaco. Negli anni seguenti, che furono gli anni centrali della Restaurazione, Ferdinando I, Francesco I e, soprattutto, Ferdinando II, salito al trono nel 1830, cercarono di temperare il loro governo con un paternalismo, in diverse occasioni, moderato e che voleva apparire desideroso di nuovi metodi. Ma questo non impedì che si susseguissero diverse congiure, fra le quali la più nota è quella del 1 settembre 1831, in cui gli insorti, guidati da Domenico di Marco e appartenenti in maggioranza al ceto degli artigiani (che, allora, erano legati alla nobiltà), percorsero Palermo chiedendo la costituzione. Nel 1837 un’altra rivoluzione scoppiava a Catania e a Siracusa, favorita dalle condizioni in cui versavano le popolazioni colpite dalla carestia e dal colera. Meno avvertita fu in quest’ultimo moto l’esigenza dell’autonomia, che invece continuava ad essere sentita a Palermo, come dimostrò la rivoluzione del 12 gennaio 1848, una rivoluzione che precedette tutte le altre che scoppiarono in quell’anno, ma che pure non esercitò grande influenza proprio perché ancora animata dallo spirito d’indipendenza isolana.

In un primo momento la Sicilia sperò di riuscire ad ottenere da Ferdinando II una costituzione separata, ma il parlamento, radunatosi il 25 marzo, dovette prendere atto del preciso rifiuto del re e allora dichiarò, nell’aprile, decaduta la monarchia borbonica e, dopo aver conferito a Ruggero Settimo, capo del governo provvisorio, la reggenza, facendo uso dei diritti di “Stato sovrano e indipendente”, scelse il nuovo re nella persona di Alberto Amedeo di Savoia, duca di Genova e figlio di Carlo Alberto. La Sicilia troppo apertamente trasferiva sul piano italiano le sue aspirazioni di indipendenza, mostrando d’intendere la sorte della penisola come una confederazione di liberi stati. Approfittando dell’isolamento in cui si trovava la Sicilia, fu più facile al Borbone, vittorioso a Napoli sul parlamento nella giornata del 15 maggio, condurre la lotta contro la Sicilia; nel settembre, Messina, lungamente bombardata dovette cedere ed entro il 1848 le truppe napoletane completavano l’occupazione della costa orientale, investendo poi, nel nuovo anno, Palermo. Nel 1849, la resistenza che questa città condusse per diverso tempo apparve troppo ai patrioti che ancora combattevano a Roma e a Venezia sotto una diversa luce perché tutti si sentivano legati allo stesso destino e la causa di uno era la causa di comune. Ma ormai non c’era più nulla da fare di fronte alla reazione che stava per trionfare in Italia e in Europa: il 15 maggio 1849 Ferdinando II ritornava in possesso di Palermo e, conseguentemente, di tutta l’isola. Era stata un’amara esperienza, che però diede i suoi frutti nel decennio successivo, quando l’opinione pubblica siciliana si orientò, come avveniva nelle altri parti della penisola, verso il Piemonte e il Cavour.

Unificazione italiana

Alcune insurrezioni rivelarono qual era lo stato d’animo dei Siciliani, finché il 4 aprile 1860, scoppiò la rivolta, capeggiata da Francesco Riso, che fu detta del convento della Gancia. Le truppe borboniche ne ebbero abbastanza facilmente ragione, ma essa offrì il modo a Crispi di dimostrare a Garibaldi come l’isola fosse pronta ad accogliere la spedizione che questi aveva in animo di fare, dopo però che il popolo siciliano si fosse sollevato. La campagna nell’isola contro le forze borboniche fu molto più rapida di quanto si credesse: il 14 maggio da Salemi Giuseppe Garibaldi assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II; il giorno dopo sconfiggeva il nemico a Calatafimi, aprendosi la via per Palermo, ove giungeva il 27 maggio. Il 2 giugno il generale formava un ministero, nel quale la figura predominante era il Crispi e, poco dopo, scacciava dall’isola l’inviato di Cavour, il La Farina, ma accettava la collaborazione del Depretis, pure inviato da Cavour, nominandolo anzi prodittatore. Con la battaglia di Milazzo del 20 luglio tutta la Sicilia era liberata e la spedizione continuava nel continente.

Tuttavia una non indifferente parte della classe dirigente insulare era contraria ad un’annessione pura e semplice e avrebbe voluto conservare una certa autonomia, ma Cavour, facendo votare per la fusione, infranse queste aspirazioni. I ceti popolari, nel passaggio dalla società feudale, in cui godevano di diritti che ne alleviavano le condizioni, alla società borghese quale fu introdotta violentemente nell’isola, ebbero maggiormente a soffrire, e, pertanto, alimentarono quello che fu detto il fenomeno del brigantaggio, fenomeno sociale di ribellione al nuovo dominio della borghesia che le leggi del parlamento italiano consolidavano. Tale triste situazione portò alla rivolta di Palermo del settembre del 1866, in cui si trovarono unite a combattere il governo della Destra e le due opposizioni: da un lato la reazionaria del clero e delle classi popolari e dall’altro la democratica e repubblicana, che raccoglieva parte della borghesia delusa dell’unità. Per sette giorni Palermo fu tenuta sotto scacco dagl’insorti e si dovette mandare il generale Raffaele Cadorna per aver ragione della rivolta.

Dal 1886 al 1894 le condizioni dell’isola invece di migliorare peggiorarono, soprattutto in conseguenza della rottura dei rapporti commerciali con la Francia nel 1887 che danneggiò notevolmente l’agricoltura meridionale. Nelle campagne il disagio dei contadini era aggravato dall’occupazione, da parte dei borghesi, delle terre demaniali, che destò una viva resistenza e che portò al tragico episodio di Caltavuturo (gennaio 1893), quando la truppa sparò sui contadini uccidendone undici, mentre nelle campagne e nelle zolfare gli operai chiedevano o lavoro o aumento dei salari. Intanto, a cominciare dal 1890-91, la propaganda socialista era penetrata nell’isola ed erano sorti, numerosi, i Fasci dei lavoratori. Il movimento, che si estendeva sempre più, favorito dalla cattiva situazione economica, fu affrontato dal secondo governo Crispi con la forza: fu decretato lo stato d’assedio e sospesa la libertà di stampa, furono sciolti i Fasci e gli arrestati deferiti ai tribunali militari. Le condizioni dell’isola non migliorarono granché, neppure durante il decennio giolittiano che anzi, col protezionismo industriale, peggiorò la situazione del Meridione in grande prevalenza agricolo. Dopo la prima guerra mondiale anche in Sicilia, come nelle altre regioni del Sud, frequenti furono le invasioni dei terreni da parte dei contadini affamati di terra e desiderosi di strapparne un pezzetto al feudatario o al grosso latifondista. Ma il regime totalitario non riuscì a risolvere nessuno dei problemi siciliani (nemmeno quello della mafia, che pure si vantò di aver estirpato), sicché tutti quei problemi si ritrovarono immutati dopo la seconda guerra mondiale. Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, provocarono danni notevoli e solo lentamente la Sicilia si risollevò. Il generale britannico Harold Alexander, che nella sua veste di comandante supremo dell’armata era anche governatore militare delle zone occupate, ma il vero responsabile era il colonnello Charles Poletti, capo dell’Ufficio Affari civili dell’AMGOT. Nel febbraio 1944 gli Alleati riconsegnarono l’isola al governo italiano del Regno del Sud, che nominò un Alto commissario. Intanto, però, riprendeva forza l’antica tendenza all’autonomia, che nel secolo scorso aveva spinto i siciliani a chiedere il distacco dall’Italia. Si sviluppò il movimento separatista. Si trattava di un movimento sostenuto in particolare dai latifondisti che paventavano eventuali riforme agrarie[senza fonte]; esso tenne agitata la vita dell’isola per diversi anni, finché si andò spegnendo, anche per l’istituzione, con il Decreto lgs. 15 maggio 1946, della Regione Siciliana, che concedeva l’autonomia. Nell’aprile del 1947 veniva eletto il primo parlamento siciliano, che il 30 maggio eleggeva il primo governo regionale.

Geografia

La Sicilia è l’isola più grande del mar Mediterraneo. A nord si affaccia sul mar Tirreno, a est è divisa dalla penisola italiana dallo stretto di Messina ed è bagnata dal mar Ionio e a sud-ovest è divisa dall’Africa dal canale di Sicilia.

La Sicilia ha una forma "triangolare" i cui vertici sono:Capo Peloro (o Punta del Faro) a Messina, al vertice nord-orientale, Capo Boeo (o Lilibeo) a Marsala, al vertice nord-occidentale, Capo Passero a Portopalo, al vertice sud.

Geologia

Geologicamente, in linea approsimativa, la Sicilia appartiene alla placca africana, con l’eccezione della parte nord-orientale che appartiene a quella euroasiatica; lo scorrimento della placca africana che per subduzione si immerge sotto quella euroasiatica ha determinato la creazione dei rilievi montuosi della regione, nonché la presenza di frequenti attività sismiche sia di origine tettonica che vulcanica.

Tra 5.96 e 5.3 milioni di anni, durante il Messiniano (ultima fase del periodo Miocene), il Mediterraneo rimase isolato dall’oceano Atlantico probabilmente a causa di un aumento dell’attività tettonica. Ciò portò alla crisi di salinità: il mar Mediterraneo iniziò ad evaporare più velocemente e la concentrazione del sale aumentò. Carbonati e solfati vennero depositati in grandi quantità sui fondali e ne è rimasta traccia a lungo nelle miniere di salgemma e gesso che si possono trovare tuttora nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna.

Un fenomeno geologico peculiare è il vulcanesimo sedimentario delle Macalube, in provincia di Agrigento. Questo raro fenomeno ha creato la cosiddetta collina dei Vulcanelli, un’area brulla, di colore dal biancastro al grigio scuro, popolata da una serie di vulcanelli di fango, alti intorno al metro. Il fenomeno è legato alla presenza di terreni argillosi poco consistenti, intercalati da livelli di acqua salmastra, che sovrastano bolle di gas metano sottoposto ad una certa pressione. Il gas, attraverso discontinuità del terreno, affiora in superficie, trascinando con sé sedimenti argillosi ed acqua, che danno luogo ad un cono di fango, la cui sommità è del tutto simile ad un cratere vulcanico. Il fenomeno assume talora carattere esplosivo, con espulsione di materiale argilloso misto a gas ed acqua scagliato a notevole altezza.

Vulcani

A causa della sua posizione, a cavallo delle due importanti placche tettoniche, la regione e le isole circostanti sono interessate da un’intensa attività vulcanica. I vulcani più importanti sono: Etna, Stromboli e Vulcano.

Essi hanno la singolarità di appartenere a tre tipologie differenti: eruzioni di lave basaltiche intervallate a periodi di calma il primo; eruzioni continue, e fontane di lava, il secondo, le cui caratteristiche sono state prese come modello tipologico dagli scienziati del settore, che hanno coniato il termine Tipo stromboliano per designare le attività similari dei vulcani terrestri; infine di tipo esplosivo o pliniano il terzo, caratterizzato da lunghi periodi di apparente calma ed eruzioni violente.

Infine si ricorda l’attività eruttiva che nell’Ottocento, nella zona del canale di Sicilia oggi denominata banco di Graham, ha portato alla nascita dell’effimera isola Ferdinandea (vulcano tuttora attivo).
Isole [modifica]
Il piccolo porto di Levanzo

Il territorio della Sicilia comprende anche diverse isole minori, quali l’arcipelago delle sette Eolie o Lipari e Ustica a nord, e quello delle tre Egadi ad ovest nonché, a sud, le isole di Pantelleria, Lampedusa, Linosa, e altre minori.

L’arcipelago di cui fa parte anche l’isola di Malta è geograficamente (ma non politicamente) parte integrante della Sicilia. Malta, peraltro, è stata unita politicamente alla Sicilia fino al 1798, quando fu occupata (per circa due anni) da Napoleone Bonaparte.

Le Isole Pelagie, invece, sono geograficamente legate alla Tunisia, ma politicamente fanno parte della provincia di Agrigento.

Rilievi

È una regione prevalentemente collinare (per il 62% del territorio), mentre per il 24% è montuosa e per il restante 14% è pianeggiante (la pianura più grande è la piana di Catania). Il rilievo è vario e, mentre nella Sicilia orientale si può riconoscere nei monti Peloritani, Nebrodi e Madonie l’ideale continuazione dell’Appennino calabro, anche se per molti l’appennino di Sicilia ha delle caratteristiche proprie, non è raro infatti trovare testi o esperti di geologia parlare di Appennino siculo[senza fonte]. Si trova nelle Madonie la seconda vetta più alta dell’isola: il pizzo Carbonara (1979 metri).

Al centro della Sicilia vi sono i monti Erei su cui si trova, a 949 metri di altezza, la città di Enna; mentre nella fascia sud-orientale tra la provincia ragusana e quella siracusana troviamo i monti Iblei. Ad ovest sorgono altri monti dall’altezza variabile, superiore ai 1.500 metri, come i Sicani, le cui cime più alte sono il monte Cammarata di 1.578 metri e la Rocca Busambra di 1.613 metri, e i monti che circondano la Conca d’Oro, i monti di Palermo ai cui piedi si stende la città capoluogo di questa regione, Palermo appunto, e che possono esseri considerati una continuazione delle Madonie e dunque dell’Appennino Siculo. I monti di palermo possiedono cime che arrivano anche ai 1050 metri circa d’altezza: è il caso di Monte Cuccio visibile da tutta l’area metropolitana di Palermo.

L’Etna

Ad est si erge, visibile dallo Stretto di Messina, nonché dalla cima calabrese dell’Aspromonte, la cima innevata dell’Etna, alto 3.323 metri. Con le sue frequenti eruzioni , l’Etna ha ricoperto il territorio circostante della sua lava nera. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la vicina piana di Catania, una delle province della regione, che sorge lungo il litorale, non è di origine vulcanica, bensì di origine alluvionale, essendo stata creata dai detriti trasportati nei secoli dal fiume Simeto.

Coste

Di forma triangolare, la Sicilia ebbe nell’antichità il nome di Trinacria e Triquetra. Le coste settentrionali, alte e rocciose, si aprono sul Mar Tirreno con frequenti ed ampie insenature, come i golfi di Castellammare del Golfo, di Palermo, di Termini Imerese, di Capo d’Orlando, di Patti, di Milazzo , di Campobello di Mazara. Ad est la costa ionica è più varia; strette spiagge di ghiaia fin quasi a Taormina e fra la foce del fiume Alcantara e Riposto; frastagliata verso sud, con insenature e baie come quella di Giardini Naxos; laviche come ad Acireale, e di aspre scogliere basaltiche fino a Catania. L’ampio golfo di Catania presenta una spiaggia di sabbia dorata ma al suo termine la costa riprende ad essere rocciosa con una serie di fiordi tra cui quello di Brucoli. Quindi l’ampia baia di Augusta, che ospita il più grande porto commerciale della Sicilia, e il golfo di Siracusa nel quale la costa riprende ad essere sabbiosa fino quasi a Capo Passero. L’esteso litorale meridionale, caratterizzato prevalentemente da una costa bassa e sabbiosa, presenta un’unica rientranza di rilievo: il golfo di Gela sul quale si affacciano ben tre province: Agrigento, Caltanissetta e Ragusa.

Fiumi e laghi

I fiumi siciliani sono tutti di portata ed estensione limitate. Quelli dei Nebrodi, delle Madonie e dei Peloritani a nord vengono chiamati fiumare, e sono a carattere torrentizio in quanto d’estate sono quasi perennemente in secca. Gli unici corsi d’acqua che raggiungono delle dimensioni apprezzabili sono il Salso o Imera Meridionale, il più lungo dell’isola, e il Simeto, quello con il bacino idrografico più ampio. I principali corsi d’acqua sono: l’Alcantara, il Simeto e il suo affluente Gornalunga, l’Anapo (che sfociano sul litorale ionico); il Torto, l’Imera settentrionale e l’Oreto (che sfociano su quello tirrenico); il Dirillo, il Gela, il Salso o Imera meridionale, il Platani e il Belice (costa meridionale).

Per quanto riguarda i laghi, pochissimi sono quelli di origine naturale. Uno dei pochi rimasti è il lago di Pergusa. Più numerosi sono invece i laghetti costieri come ad esempio il Biviere di Gela (riserva naturale LIPU), i pantani di Pachino, Tindari e Messina. I fiumi più importanti sono stati sbarrati creando invasi artificiali sfruttati per usi civili ed irrigui. Tra le dighe più importanti si segnalano: lago dell’Ancipa e il lago Pozzillo (il maggiore dell’isola), il lago Arancio, il lago di Piana degli Albanesi, il lago di Ogliastro, il lago Dirillo e il lago Disueri, tutti di una portata minima

Clima

Il clima della Sicilia è mediterraneo, con estati calde ed inverni miti. Sulle coste, soprattutto quella sud-occidentale, il clima risente maggiormente delle correnti africane e si verificano estati torride. Generalmente l’estate siciliana è calda e scarsamente piovosa, secca e ventilata, soprattutto nelle zone interne dove gli indici di umidità sono bassissimi. Più umide, ma in genere non afose, le zone lungo le coste che inoltre sono beneficate anche del regime delle brezze marittime e in generale da una frequente ventilazione. Le zone interne, i rilievi del Tirreno e l’Etna sono le zone più fredde e nevose dell’isola. Sui rilievi più alti dell’isola (Etna, Madonie, Nebrodi) la neve cade abbondantemente

Considerando solo le grandi città costiere dell’isola si scopre che Palermo è quella che più frequentemente può essere leggermente imbiancata da un breve strato di neve, Messina è la città più piovosa mentre Catania può registrare, grazie alla presenza della piana più grande dell’isola, le temperature più basse e più alte.

I capoluoghi montani dell’isola, Ragusa, Caltanissetta ed Enna, ricevono apporti nevosi ogni inverno o quasi.

Le piogge sono più scarse nelle zone interne e lungo le coste meridionali mentre si presentano più abbondanti sulle coste tirreniche e soprattutto sul messinese e l’etneo. La neve sulle coste è rara e più frequente su quelle tirreniche. In casi eccezionali si sono verificate nevicate a Lampedusa (febbraio 1942 e lievemente nel febbraio 1956) e Pantelleria (gennaio 1905, febbraio 1956 e gennaio 1981 e lievemente nel marzo 1949, gennaio 1979 e gennaio 1999). La Sicilia orientale, dal messinese al siracusano, è spesso interessata da fenomeni alluvionali e violenti nubifragi. Il 17 ottobre del 1951 una stazione meteorologica vicino Lentini (tra Siracusa e Catania) registrò 702mm di pioggia, uno degli accumuli giornalieri più alti d’Italia. Quello stesso giorno una stazione di Catania totalizzò 499mm.

Soprattutto nelle stagioni intermedie non è raro che spiri lo scirocco, il vento proveniente dal Sahara, ma è in estate che questo vento può far schizzare le temperature minime sopra i 30° e le massime oltre i 45° (il record italiano di temperatura più alta è siciliano ed è detenuto dalla cittadina di Catenanuova dove il 10 agosto del 1999 si toccarono i 48,5°).

Secondo un luogo comune la piovosità siciliana è scarsa ma questo è vero solo in alcune aree più ristrette della regione come le coste meridionali e alcune zone interne in ombra pluviometrica. Il resto dell’isola ha una piovosità più o meno in media con le altre zone d’Italia e in molti casi anche sopra la media pluviometrica nazionale. Addirittura alcune zone dell’etneo e del messinese sono tra le più piovose d’Italia con medie pluviometriche stimabili oltre i 1300mm. Il problema pluviometrico reale dell’isola è che nel periodo estivo le precipitazioni diventano scarse, in alcuni anni del tutto assenti e comunque la distribuzione delle piogge è estremamente irregolare nel tempo e nello spazio. Tale andamento pluviometrico si ripercuote sull’approvvigionamento idrico, che si rivela deficitaria in alcune province dove sono frequenti le crisi idriche. Questa tabella riassume i dati raccolti dalle tre stazioni meteorologiche presenti in Sicilia:

Agricoltura

Aranci sicilianiLa discontinuità dell’approvvigionamento idrico non impedisce all’agricoltura di essere una delle grandi risorse economiche della regione. Notevole è la produzione dei cereali – tra cui il frumento, specie della pregiata varietà grano duro, essenziale per la produzione delle migliori qualità di pasta – che già rendeva la Sicilia importante per i Romani (l’isola era infatti chiamata il granaio di Roma). È abbondante quella delle olive, che assicura un’ottima produzione di olio.

Ben nota è la coltura degli agrumi: i cui centri più importanti sono Paternò, Francofonte, Scordia, Lentini. Qui si producono aranci, limoni e mandarini, insieme a mandaranci, bergamotti, cedri e pompelmi di grande pregio, i fichi d’India e le carrube. Non mancano neppure gli ortaggi, che a partire dagli anni sessanta hanno conquistato sempre più mercati in virtù delle coltivazioni in serra, estese soprattutto nella zona sud orientale, come i famosi pomodorini di Pachino, o legumi come il lupino. Importante è la produzione dei carciofi di cui il territorio niscemese è uno dei più grandi produttori europei. Tra la frutta secca spiccano per qualità le mandorle, le nocciole ed il pistacchio – pregiato quello di Bronte – che sono alla base di molti prodotti dolciari. Un importante contributo viene anche dalla coltivazione intensiva di specie, una volta esotiche, come il kiwi di eccellente qualità e perfino di Vino Marsalamango, nella zona del Fiumefreddo. La carota novella di Ispica, la ciliegia dell’Etna, l’olio d’oliva dei Monti Iblei, dei colli nisseni e delle colline ennesi, il limone Interdonato della Messina jonica, il limone di Siracusa, il melone di Pachino e il pistacchio verde di Bronte sono prodotti a denominazione di Origine Protetta – Protezione Transitoria Nazionale con decreto ministeriale. Uno dei frutti più tipici è il "kaki" (in italiano caco o loto). Famosa per i "kaki" è Misilmeri, che nel mese di novembre fa la sagra a questo buonissimo frutto. Un’altra peculiare produzione siciliana è quella delle sbergie. Questo frutto, dolce e profumato, costituisce un endemismo che trova diffusione solo nella Valle del Niceto. A tutt’oggi a Modica, la cioccolata è preparata seguendo antiche ricette sudamericane, importate in epoca spagnola, e fa un uso di spezie che le conferiscono un gusto unico.

La tradizionale coltivazione della vite consente la produzione di ottimi vini, sia rossi sia bianchi, che sono sempre più conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo. La produzione, pur notevole, stentava un tempo ad inserirsi nei mercati a causa della eccessiva frammentazione dei produttori e di imprecisi standard qualitativi; essa ha avuto una svolta decisiva a partire dagli anni novanta, quando l’impiego di nuove tecniche enologiche, i finanziamenti pubblici che hanno facilitato l’arrivo di grandi produttori di vino da altre parti d’Italia e anche dall’estero, la nascita di una scuola universitaria locale di enologi (Università di Palermo facoltà di Agraria con sede staccata a Marsala presso l’Istituto Agrario "A. Damiani"), hanno favorito la rinascita dei vini siciliani, già famosi in epoca romana, e la loro affermazione a livello internazionale delle sue D.O.C. e la nascita della D.O.C.G.Cerasuolo di Vittoria.

Tra i vitigni autoctoni più noti sono:

I ROSSI

Nero d’Avola, il Nerello Mascalese, il Frappato che concorre insieme al Nero d’Avola alla D.O.C.G. Cerasuolo di Vittoria, il Nerello Mantellato, il Nerello Cappuccio, il Perricone e il Nocera.

I BIANCHI

l’Insolia, il Grillo, il Catarratto, il Grecanico, il Carricante, la Minnella Bianca, il Moscato di Pantelleria detto anche Zibibbo e la Malvasia delle Lipari.

Ma ormai si coltivano e si imbottigliano con notevoli risultati qualitativi anche lo Cardonnay, il Sauvignon, il Merlot, il Syrah, il Cabernet, il Petit Verdot, il Pinot Noir e altre varietà alloctone.

Un importante e sempre più sviluppato settore è quello della coltivazione, in serra, di fiori pregiati, come ad esempio le orchidee, favorito dal clima caldo-umido che ha raggiunto e superato per produzione quello di altre regioni tradizionalmente produttrici. Oggi i fiori di Sicilia vengono acquistati e spediti in tutta l’Europa.

Inoltre è presente il mercato ortofrutticolo più grande d’Italia a Vittoria.

In Sicilia, circa 650 mila ettari di terreno sono dedicati all’agricoltura di semina e 400 mila alle colture permanenti.

Nella piana di Gela viene coltivato anche il cotone; il prodotto siciliano costituisce il 78% della produzione nazionale.

Allevamento

Sono allevati ovini, caprini ed equini, mentre i bovini, un tempo presenti in numero limitato, oggi sono allevati soprattutto nella provincia di Ragusa, dove si allevano animali della razza frisona e razza modicana. Quest’ultimi producono un latte molto sostanzioso, benché in quantità scarse rispetto ai bovini d’allevamento (è una razza semi-addomesticata), utilizzato principalmente nella produzione di formaggi freschi ("provole"), del piacentino ennese, con l’aggiunta di zafferano, o del caciocavallo ragusano, l’unico del genere in Sicilia ad avere meritato il marchio DOP. Una tipica razza di equini di razza sanfratellana viene allevata sui Nebrodi, nella zona di San Fratello, da cui prende nome. La superficie dedicata ai prati e ai pascoli in Sicilia raggiunge i 235 mila ettari.


Pesca

La pesca costituisce una risorsa preziosa per la Sicilia. Molti sono i porti con estese flotte di navi pescherecce; tra questi il più importante è quello di Mazara del Vallo, ma non è l’unico: Sono importanti anche quello di Sciacca, il porto di Licata, di Porto Empedocle, quello di Pozzallo e di Portopalo. Si pescano, oltre al pesce spada nella zona dello stretto di Messina, anche il tonno, le sardine, le alici e gli sgombri, ovvero il pesce azzurro tipico del Mar Mediterraneo, che consente di fornire all’industria conserviera la materia prima necessaria alla produzione del pesce in scatola e del pesce affumicato. Nel trapanese e a Marzamemi si produce la bottarga, che viene esportata anche all’estero.

A Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, ma anche in altre zone marine della costa mediterranea della Sicilia, si pratica l’allevamento di pesci come spigole, orate, tonni (ingrasso); a Ganzirri, nella zona nord di Messina, quello di ostriche e mitili. Inoltre a Trapani ben note sono le saline da cui sin dall’antichità si produce finissimo sale marino.

Energia

Uno dei due Piloni dello Stretto, si tratta del Pilone di Torre Faro, posto nella striscia di terra siciliana più a nord-est

Un elettrodotto che supera lo stretto di Messina esporta dalla Sicilia una parte dell’energia elettrica che in essa è prodotta, ma soprattutto consente alla regione di ricevere oltre la metà dell’energia proveniente dal nord Europa, richiesta dai 5 milioni di abitanti siciliani. L’energia principale, più una parte di quella ausiliaria prodotta dalle centrali energetiche della regione, viene utilizzata nelle città e per le linee ferroviarie elettrificate da 3 KV. Dalla società di sviluppo e gestione di elettrodotti Terna si farà un secondo elettrodotto tra Sorgente e Rizziconi nonché il potenziamento della rete della regione fino a 380KV.

Anche se le centrali tradizionali sono abbastanza diffuse e hanno una buona produzione, le fonti alternative, nonostante le enormi potenzialità in merito che ha la Sicilia, sono ancora poco diffuse: sono sperimentali alcune centrali eoliche, mentre verrà presto attivata ad Enna, nel Polo Industriale del Dittaino, una centrale utilizzante le biomasse per produrre energia a bassi costi, il primo impianto di questo tipo esistente nell’Italia meridionale. Nei pressi di Adrano tra il 1981 e il 1987 venne costruita dall’Enel, nell’ambito di un progetto europeo, la Centrale Solare Eurelios che produceva 1 Megawatt di potenza; tuttavia è, a tutt’oggi, disattivata.

Negli anni novanta è stata costruita, nella zona di Sortino, una centrale idroelettrica che produce energia utilizzando un salto di oltre 100 metri creato fra due laghi artificiali costruiti appositamente. Questa centrale, la prima nel suo genere, fu costruita per poter sostenere i massicci consumi diurni delle industrie della zona di Priolo. Infatti il bilancio termico della centrale è pressoché a valore zero in quanto parte dell’energia prodotta di giorno viene poi utilizzata di notte per pompare l’acqua al bacino superiore.

Industria

Presenti nel territorio diverse realtà industriali, concentrate nei distretti di Gela, Augusta, e Milazzo, con industrie di trasformazione chimica, petrolifera ed energetica. Sono da ricordare, inoltre, gli stabilimenti automobilistici FIAT di Termini Imerese e quelli di componenti elettronici della STMicroelectronics di Catania.

Attività estrattive

Le miniere di zolfo delle province di Enna, Caltanissetta e Agrigento sono state chiuse, a partire dalla metà del XX secolo, a causa della forte concorrenza dello zolfo americano estratto con il metodo Frasch e quindi venduto a prezzi notevolmente più bassi; il diverso processo estrattivo in Sicilia era divenuto troppo costoso e perciò scarsamente remunerativo. Altre miniere di sali potassici, utilizzati in vari settori dell’industria, sono state chiuse, alla fine degli anni ottanta, nel territorio della provincia di Caltanissetta essendo divenuta più conveniente economicamente l’importazione dall’Est europeo. In passato, erano fiorenti anche l’estrazione del gesso e della pietra-pece nel ragusano (per l’estrazione di idrocarburi) anche queste però sono state marginalizzate nel corso del Novecento.

Importante è attualmente, dal sottosuolo siciliano, l’estrazione del petrolio che proviene dai pozzi di Ragusa e che costituisce il 90% della produzione italiana. Altri pozzi sono stati trivellati, negli anni novanta al largo delle coste meridionali siciliane, nel Canale di Sicilia dove sono state installate alcune piattaforme petrolifere visibili al largo di Licata. Sono presenti anche giacimenti di gas metano.

Trasporti
Il percorso dell’A18, la prima autostrada aperta in Sicilia.

L’A29dir Alcamo-Trapani vista da Segesta.

Strade

La Sicilia dispone di varie autostrade, che collegano tra loro le principali città della regione. Essa è la regione con più rete autostradale nel suo territorio.

    * Autostrada A18 Italia.svg L’A18 Messina – Catania, che collega le due maggiori città della Sicilia orientale, a pedaggio. Nel 2003 ha registrato un traffico di circa 28 milioni di autoveicoli. È molto importante anche per l’assenza di adeguate vie alternative per il traffico pendolare. Nel tratto in provincia di Messina l’autostrada è un seguito di ponti e gallerie, dato che i Monti Peloritani giungono fino al mare; in provincia di Catania l’Etna scende dolcemente verso il mare e dunque spariscono le gallerie (centri principali attraversati: Taormina, Giarre, Acireale); l’autostrada è completata dalla Autostrada A18dir Italia.svg diramazione A18dir della lunghezza di 5 km che porta verso il centro di Catania.

    * Autostrada A18 Italia.svg L’A18 Siracusa – Rosolini, che collega il capoluogo areturseo ad alcuni dei maggiori centri della sua provincia. Al momento non è un’autostrada a pagamento ma nel futuro è previsto il completamento dei caselli autostradali e l’applicazione del pedaggio; centri principali attraversati: Avola, Noto, Rosolini;

    * Autostrada A19 Italia.svg L’A19 Palermo – Catania, che collega le due metropoli principali, non a pagamento. Ha rotto lo storico isolamento dell’interno della regione. Attraversa caratteristiche zone scarsamente abitate, eccezion fatta per il tratto lungo il Mar Tirreno in provincia di Palermo, e i collegamenti via autobus permanenti sono assicurati dalla SAIS Autolinee S.p.A.; centri principali attraversati: Enna, Caltanissetta e le due zone industriali di Termini, vicino Palermo e Dittaino, vicino Enna;

    * Autostrada A20 Italia.svg L’A20 Messina – Palermo, completata nel luglio 2005 dopo oltre 20 anni di lavori, è un importante asse autostradale a pedaggio che permette di raggiungere le due città facilitando gli spostamenti, soprattutto commerciali. Nel 2003 ha registrato un traffico di circa 21 milioni di autoveicoli. Corre lungo il Mar Tirreno con ponti e gallerie in perenne successione, tranne nella zona di Milazzo; centri principali attraversati: Milazzo, Barcellona Pozzo di Gotto, Patti, Capo d’Orlando, Sant’Agata di Militello, Cefalù, Termini Imerese e Bagheria.

    * Autostrada A29 Italia.svg L’A29 Palermo – Mazara del Vallo, e la diramzione Autostrada A29dir Italia.svg Alcamo – Trapani, entrambe senza caselli, collegano il capoluogo con la parte occidentale della regione. Essa è l’autostrada in cui nello svincolo di Capaci, morì il giudice Giovanni Falcone sua moglie e la sua scorta, in tale svincolo per entrambi i sensi di marcia sono stati posti due colonne metalliche per ricordare la tragedia.È priva di stazioni di rifornimento. Centri principali attraversati: Alcamo, Castellammare del Golfo, Castelvetrano, Mazara del Vallo.

    * Italian traffic signs – raccordo autostradale 15.svg La RA15 o Tangenziale di Catania è un asse viario di fondamentale importanza della lunghezza di 24 km che permette di bypassare il centro urbano di Catania. Mette in comunicazione l’A18 per Messina con l’A19 per Palermo e l’autostrada per Siracusa, oltre a diverse strade statali della Sicilia orientale.

    * Italian traffic signs – Autostrada CT-SR.svg L’autostrada Catania-Siracusa, al momento priva di numerazione, è stata aperta al transito nel dicembre del 2009 ed ha una lunghezza totale di 25 km. Collega il RA15 (tangenziale di Catania) all’uscita Augusta-Villasmundo della SS114 Orientale Sicula dove senza soluzione di continuità prosegue con caratteristiche autostradali fino all’autostrada Siracusa-Gela (A18); centri principali attraversati: Lentini-Carlentini.

Lavori in corso

È in fase di progettazione definitiva la tratta autostradale di completamento dell’A18 Siracusa – Gela (completata solo sino a Rosolini) ed è in fase di elaborazione la chiusura dell’anello della A29/A29dir, da Mazara del Vallo a Birgi.

Il 23 dicembre 2009 sono stati avviati i primi cantieri, relativi ai lavori propedeutici, del ponte sullo stretto di Messina. Sono in corso, inoltre, i lavori di adeguamento a 4 corsie della statale Agrigento-Caltanissetta; in fase avanzata sono i progetti per adeguare a caratteristiche autostradali anche la Palermo-Agrigento e la Catania-Ragusa: come si vede, i 3 progetti principali oggi in corso riguardano la creazione di assi di penetrazione nel sud dell’Isola, quasi del tutto privo di autostrade. Inoltre nei piani della regione è anche prevista una superstrada Castelvetrano-Agrigento-Gela per chiudere l’anello della rete stradale siciliana.

Ferrovie

La stazione della Ferrovia Circumetnea a Randazzo.

La Sicilia è connessa al resto della penisola dal gruppo nazionale FS (Ferrovie dello Stato) e da Trenitalia. Tuttavia la rete ferroviaria siciliana non è molto sviluppata in termini di capacità. Comunque sia, le ferrovie collegano tutte le province. Le ferrovie elettrificate a 3 kV (tensione nazionale ferroviaria) costituiscono oltre il 60% (800 km) di tutte le linee di questa regione, mentre i restanti 583 km di linea sono percorsi dai soli mezzi Diesel.

Le linee a doppio binario (esclusi i raddoppi in fase di attivazione) sono 169 km e sono presenti parzialmente solo sulle direttrici essenziali, quali la Messina-Palermo (tirrenica) e la Messina-Catania-Siracusa (dorsale jonica), mentre per il restante 88% sono a binario unico (1.209 km)[17]. Le linee attuali sono in gran parte risalenti ai primi decenni dell’unità d’Italia, eccetto la tratta Caltagirone-Gela aperta all’esercizio alla metà degli anni settanta e la variante della galleria dei Peloritani all’interno del comune di Messina tra la stazione centrale peloritana e Villafranca Tirrena. Esiste quindi un’impellente esigenza di ammodernamento e riprogettazione degli itinerari che non decolla per cronica mancanza di stanziamenti,scusa della classe politica dirigente locale soprattutto e anche nazionale corrotta e inefficiente. Da segnalare tuttavia i lavori di ammodernamento con raddoppio della tratta Palermo-Messina, iniziati molti anni fa, di velocizzazione della Palermo-Agrigento e di potenziamento della tratta Fiumetorto-Caltanissetta Xirbi. Permane ancora chiusa nonostante la sua validità turistica la ferrovia della Valle dell’Alcantara, fino a Randazzo, chiusa inspiegabilmente anni fa dopo un parziale ammodernamento. A livello nazionale la Sicilia oltre ad essere terminale del famoso corridoio 1 che collegherà Berlino a Palermo collegando la pensiola scandinava al bacino del Mediterraneo, la regione rientra almeno a livello progettuale nella mappatura delle ferrovie ad alta velocità italiane.A questo proposito le linee Palermo-Messina;Messina-Catania-Siracusa;Palermo-Caltanissetta-Catania;, dovrebbero essere interessate dal raddoppiamento prima e dall’ammodernamento dopo per potere accogliere treni eurostar e ad alta velocità di utlima generazione.Nel 2009 RFI ha ultimato i lavori, per il doppio binario tra Rometta e Pace del Mela, in modo da completare tutta la tratta ad alta capacità Messina-Patti (intervento propedeutico al Corridoio 1 Berlino-Palermo diretto).Mentre è del tutto scomparsa la vasta rete ferroviaria statale a scartamento ridotto, che collegava numerosi centri intra-regionali tra loro e con la rete FS, rimane attiva e con un buon programma turistico, la Ferrovia Circumetnea che effettua il periplo del vulcano Etna da Catania Borgo a Riposto, con un consistente programma di rinnovamento e potenziamento, parzialmente eseguito nel tratto cittadino, a Catania, che collegherà il centro a Paternò con treni di tipo moderno a scartamento ordinario su linea a doppio binario.Sono state dismesse anche la linea Palermo-Corleone-San Carlo, nel 1953 e la Castelvetrano-San Burgio-San Carlo.

Aeroporti
Piazzale di sosta dello scalo di Punta Raisi
Edificio principale dell’Aereporto di Trapani-Birgi

La Sicilia è una delle regioni più all’avanguardia nel traffico aereo italiano, principalmente per via dei crescenti afflussi turistici e del fatto che sia un’isola alquanto distante delle grandi aree urbane del nord; è servita da tre aeroporti internazionali e da due che hanno collegamenti di linea:

    * Aeroporto di Catania Vincenzo Bellini, sesto scalo nazionale per volume di traffico.[18]
    * Aeroporto di Palermo Falcone e Borsellino, decimo scalo italiano per numero di passeggeri
    * Aeroporto di Trapani-Birgi Vincenzo Florio, ventitreesimo scalo italiano per numero di passeggeri, fortemente in crescita, che effetta giornalmente con un gran numero di compagnie voli per città italiane ed europee. Civile e militare.
    * Aeroporto di Comiso Vincenzo Magliocco, in corso di attivazione, probabilmente nel 2010, si prevede sarà di grande importanza poiché al centro delle province di Ragusa, Caltanissetta, Enna, Siracusa e della parte Sud del catanese.

Esistono anche altri aeroporti minori:

    * Aeroporto di Lampedusa, con collegamenti anche dal Nord Italia.
    * Aeroporto di Pantelleria, tra gli aeroporti, situati in territorio insulare, più organizzati.
    * Aeroporto di Palermo-Boccadifalco, che è stato sostituito anni fa dall’attuale scalo di Punta Raisi, ma che tende ad essere rilanciato per il grande flusso di passeggeri del capoluogo siculo, attualmente ospita un aeroclub.

    * Aeroporto di Sigonella, (LICZ) (militare italiano ed americano).

Porti

Il traffico marittimo ha i suoi maggiori punti di riferimento nei porti di Messina, Palermo, Catania, Augusta, Trapani e Gela.

Il porto di Messina è il più grande porto naturale attrezzato della Sicilia, utilizzato sia come porto commerciale che militare (è sede di uno storico arsenale militare) e che, con il movimento annuo di circa 10 milioni di passeggeri, è il primo porto italiano nel settore. In provincia va inoltre ricordata l’importanza del porto di Milazzo, che effettua collegamenti con le isole Eolie.
I cantieri e le torri del porto di Palermo

Il porto di Palermo è uno degli scali merci e passeggeri più importanti del Mediterraneo, storicamente il più antico di Sicilia e proprio intorno a lui si sviluppò la prima città. Infatti Palermo significa proprio "tutta porto"; Il porto di Palermo nell’Ottocento divenne sede di prestigiose compagnie di navigazione, negli ultimi anni ha avuto molta importanza il settore crocieristico, settore nel quale ha registrato enormi aumenti che lo hanno reso una delle mete preferite d’Italia e prima meta del meridione. I suoi cantieri sono tra i più attivi dell’Italia, e ogni anno sono tante le parti di navi qui costruite.

I porti di Messina, Catania e Riposto sino al 1860 erano fra i principali porti commerciali del Mediterraneo in quanto dal primo partiva il grano e la seta per quasi tutta l’Europa, dal secondo manufatti, prodotti agricoli e zolfi semilavorati, dal terzo soprattutto vini del comprensorio etneo. Infatti per millenni la Sicilia era chiamata "il granaio d’Europa" ed era fiorentissima l’industria manifatturiera grazie alle coltivazioni del baco da seta che faceva concorrenza alla Cina e che fu boicottata dal governo centrale per favorire la nascitura industria manifatturiera del nord est d’Italia, appena liberato dal dominio austriaco. La Sicilia, inoltre aveva numerose cave d’argento, nonché tante cave di marmo che furono chiuse (nonostante molte ne siano rimaste nel trapanese). Non rimaneva alla Sicilia che l’industria agrumicola e quella dello zolfo che abbisognavano per sopravvivere di linee ferrate per il trasporto delle merci ai porti che furono realizzate in forte ritardo, per cui i porti di Messina, Catania e Riposto (agrumicolo), persero ben presto d’importanza. Questo settore presenta, ancora, enormi potenzialità inespresse a causa dell’insufficienza delle strutture portuali e delle vie di comunicazione, stesso discorso per il settore commerciale, crocieristico e diportistico.

Si colloca quarto scalo siciliano, il porto di Trapani, che ai tempi dei Romani assieme al porto di Marsala rivestiva una grande importanza nel Mediterraneo, sia per il sale e la sua esportazione, ma anche per il tonno rosso e il corallo, per cui Trapani è oggi una meta ricercata in tutto il mondo. Attualmente Trapani effettua collegamenti giornalieri con i maggiori porti del Nord e centro Italia, con le isole Egadi, e persino con la Tunisia e la Sardegna. In provincia di Trapani vanno annoverati anche il più grande porto peschereccio della Sicilia, il porto di Mazara del Vallo. Inoltre si ricordi il porto di Marsala che collega alle isole Egadi e Pantelleria, e il porto turistico di Castellammare del Golfo. Testimonianza dell’archeologia navale è Marsala, dove sono stata rinvenute diverse navi puniche; le stesse battaglie combattute nelle Egadi e zone circostanti tra romani e cartaginesi, e prima tra Greci e Fenici (ad esempio Mothia) hanno lasciato resti di una grande attività e civiltà marinara, sin dal passato.

Il porto di Gela, che è il sesto dell’isola per tonnellate di merci movimentate, sposta soprattutto prodotti petroliferi e carichi secchi in quanto serve il polo petrolchimico della città; il vicino porto rifugio ha invece carattere turistico e commerciale.

Considerando i flussi turistici va ricordato anche il porto di Porto Empedocle in provincia di Agrigento, famoso per essere l’unico scalo italiano ad effettuare, via mare, una traversata diretta per le isole Pelagie.

Infine occorre ricordare altri porticcioli minori, specialmente quelli delle mete turistiche, Cefalù, San Vito Lo Capo, e quelli dedicati alla pesca come Scoglitti, Porto Palo e molti altri.

In Sicilia si ha una forte carenza di porti turistici in grado di gestire l’importante traffico diportistico, con la possibilità di una buona ricaduta occupazionale ed economica, anche se è in fase di realizzazione il porto turistico di Siracusa nell’attuale molo S.Antonio; un altro importante porto è quello di Marina di Ragusa che ha iniziato le attività il 3 luglio del 2009, ha una capienza di oltre 800 posti barca e sarà uno dei 3 "porti Hub turistici" della Sicilia; da non dimenticare, infine, il porto di Pozzallo che, oltre al trasporto merci, viene impiegato per più collegamenti quotidiani con Malta. Il vero problema è spesso legato a motivazioni burocratiche (lentezza nell’approvazione dei piani regolatori) ma anche quello di reperire i fondi necessari all’ammodernamento e alla gestione delle strutture stesse. Altri porti turistici sono in realizzazione nel trapanese, nel messinese e nel palermitano.
Luigi Pirandello.

Cultura

Lingua e letteratura siciliana La lingua ufficiale parlata in Sicilia è l’italiano anche se la grandissima parte della popolazione locale parla anche il siciliano che, nonostante l’UNESCO e altre organizzazioni internazionali riconoscano come lingua, non gode di nessuna forma di tutela né da parte della Regione Siciliana né dallo Stato Italiano. La produzione letteraria è stata molto viva nel corso dei secoli, inizialmente grazie alla corte di Federico II con la sua scuola siciliana. Tra il 1230 e il 1266 sotto la corte sveva si sviluppò il primo volgare illustre degno di questo nome. Per quanto il suo uso restasse confinato alle corti italiane e alla letteratura, dopo gli svevi venne ripreso dagli scrittori toscani che ne vennero fortemente influenzati anche grazie al prestigio letterario della Scuola, al cui capofila, Giacomo da Lentini, è attribuita l’invenzione del sonetto. Grazie anche allo stile poetico dei Siciliani, molte delle loro parole ed espressioni passarono nel toscano illustre, base della lingua italiana.

Grazie inoltre a grandi poeti quali Giovanni Meli, Domenico Tempio, Mario Rapisardi e Ignazio Buttitta, scrittori come Gesualdo Bufalino o Andrea Camilleri e drammaturghi come Pier Maria Rosso di San Secondo, Nino Martoglio, Luigi Pirandello (Premio Nobel) e Luigi Capuana. Da ricordare anche romanzieri del calibro di Giovanni Verga e lo stesso Capuana per il verismo, così come anche Federico de Roberto, nativo di Napoli ma che visse a Catania (città d’origine della sua famiglia dove è ambientato il suo capolavoro, I Viceré), mentre una menzione speciale va a Pirandello, Leonardo Sciascia, Vitaliano Brancati ed Ercole Patti per avere rivoluzionato il romanzo del Novecento. Salvatore Quasimodo (Premio Nobel) fu inoltre un pioniere dell’ermetismo. Ricordiamo anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, famoso per il suo romanzo storico Il Gattopardo, ritratto della Sicilia risorgimentale, ed Elio Vittorini.

Nell’isola sono anche presenti alcune minoranze linguistiche, poco numerose ma molto importanti soprattutto dal punto di vista storico-linguistico. Il dialetto gallo-siculo, ad esempio, è una variante del siciliano nato nel periodo normanno. Quando un’ampia rivolta mise a rischio il trono di Guglielmo il Malo, il re reagì sconfiggendo gli oppositori. Per mantenere il suo stato, comunque, portò dal nord Italia molti uomini a lui fedeli e li trapiantò nell’isola. Le isole linguistiche hanno cominciato ad essere erose nel Novecento, e oggi solo una decina di comuni (in provincia di Messina ed Enna) mantengono viva la tradizione. Il centro di questa enclave è costituito dalla città di Nicosia (Italia). Altra minoranza importante è quella albanese, chiamata anche arbëreshë. La lingua di questa comunità che abita nella provincia di Palermo (soprattutto nel comune di Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela e Contessa Entellina) è un’antica parlata albanese strettamente imparentata all’albanese riconosciuta dalla legge nazionale n.482 del 15 dicembre 1999 per la tutela delle minoranze linguistiche. Viene tuttora mantenuta viva grazie ad una forte tradizione popolare e istituzioni culturali

Musica
Francesco Paolo Frontini

Negli ultimi quattro secoli la Sicilia ha dato i natali ad illustri rappresentanti del mondo musicale.

Tra i primi, in ordine cronologico, ricordiamo: i madrigalisti Sigismondo d’India e Antonio il Verso, e gli operisti Alessandro Scarlatti, Giovanni Pacini, Vincenzo Bellini, Francesco Paolo Frontini, Antonio Scontrino e Pietro Antonio Coppola, il contemporaneo Matteo Musumeci.

Nel XX secolo si sono distinti alcuni compositori siciliani nell’ambito delle avanguardie postweberniane: Girolamo Arrigo, Aldo Clementi, Salvatore Sciarrino, Francesco Pennisi, Roberto Carnevale, Federico Incardona, Marco Betta e Giovanni Sollima.

Nel campo della musica di consumo si ricordano alcune figure di spicco del panorama Pop e Rock nazionale e internazionale: Giuni Russo, Franco Battiato, Gianni Bella, Marcella Bella, Carmen Consoli, Giusy Ferreri, Uzeda, Silvia Salemi, Gerardina Trovato, i Tinturia, gli Agricantus, Mario Venuti, Mario Biondi e Roy Paci, Fiorello, Toto Cutugno.
Giuni Russo

Tradizioni

Una parte fondamentale della tradizione siciliana riguarda i racconti orali, raccolti nell’Ottocento da Giuseppe Pitrè nella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Si va dai cunti, alle fiabe, ai proverbi, agli scioglilingua. Il personaggio stereotipato di Giufà è il protagonista della maggior parte dei racconti che terminano con una morale.

Molti di questi racconti non sono ancora stati codificati del tutto. Esistono tante leggende (come le quattro di Gammazita, fratelli Pii, Uzeta e Colapesce) che hanno una variante in ogni città (della leggenda di Colapesce esistono una trentina di versioni codificate) tale da costituire una vera e propria mitologia siciliana[19].
    « Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra. La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perché soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo. »
    
(Francesco Paolo Frontini)

Le tradizioni popolari sicule sono numerose e multiformi, poiché vi s’impressero non poche e divergenti colonizzazioni. È facile rammentare, infatti, che l’isola fu via via dominata da Greci, Latini, Bizantini e Arabi, spagnoli e francesi, tanto per fare gli esempi più palmari. Com’è ovvio, ciascuno di codesti influssi si esercitò sulla locale etnia in modo più o meno generalizzato, amalgamandosi e scontrandosi di volta in volta con le tradizioni preesistenti, a cominciare da quelle autoctone. La civiltà siciliana e la sua cultura spontanea appaiono perciò insulari, se paragonate agli analoghi frutti che maturano in Sardegna e in Corsica, ma di una ricchezza e di una peculiarità ottimali per uno studioso. Basti ricordare che il folklorista Giuseppe Pitrè dedicò un’opera in venticinque volumi alle tradizioni popolari di quest’area, inglobandovi con pertinenza descrizioni etnografiche e prospettive storiche.

Nel dominio delle tradizioni popolari rientrano le parlate siciliane, per quanto sia stato l’unico complesso di dialetti italici che precedette il toscano nell’elevarsi a dignità di lessico letterario, tanto da contender ad essa il primato, abbastanza lungo, quale lingua nazionale. In pratica, nel siciliano possono distinguersi diverse stratificazioni: a livello fonetico si hanno incontri consonantici di orizzonte prelatino e altri che sembrano apparentarsi alle moderne lingue della zona balcanica. L’etimologia, invece, rimanda alla dominazione romana, quella bizantina e soprattutto quella araba. Per esempio, l’arabico “gibel” (montagna) è componente di molti toponimi: Gibilmanna, Mongibello, Gibellina. Si hanno inoltre diverse province idiomatiche in cui il siciliano s’infrange con caratteristiche locali, e isole linguistiche: e ciò vale per le colonie Albanesi, stanziate prevalentemente nel Peloritano, ma anche a Piana degli Albanesi (vicino Palermo); e per i centri lombardi di Nicosia, Sperlinga, Novara, San Fratello, Piazza Armerina e Aidone dove i locali dialetti rivelano addentellati gallo-italici.

Per quanto concerne il patrimonio letterario popolare, va detto che l’ideazione spontanea isolana si muove nell’ambito letterario tanto su temi religiosi o moralistici quanto su soggetti profani, come nel caso dei testi epici del ciclo carolingio del famoso Teatro dei Pupi, degli strambotti in ottava siciliana, e della favolistica che, per quanto appaia ristretta nella tematica, presenta sempre uno sviluppo narrativo esemplare: avvio realistico, ingresso di elementi e fattori sovrumani ben graduato o comunque verosimile, cura attenta dei dettagli, anche nei momenti più fantastici, e una vivacità d’articolazione che non viene mai meno, sia nelle più struggenti vicende amorose o in quei racconti che s’imperniano su un umorismo talvolta sfiorante il grottesco o il surreale.

Al panorama letterario si connettono precisi riferimenti musicali, si cui ora ci si soffermerà, accennando anche a talune manifestazioni coreutiche. Nell’ambito dell’invenzione compositiva spiccano non poche componenti che sembrano derivare dalla musicalità ellenica. La melodia siciliana, per esempio, tende a discendere dall’acuto, anzi dall’acutissimo al grave. Inoltre, di zona in zona, si ha un mutamento caratteristico delle scale impiegate, ognuna delle quali assurge a dignità del “motto del paese”, ma che puntualmente si connettono agli antichi modi greci. Ciò vale in parte anche per la tecnica della variazione che è eminentemente melismatica (fioriture di suoni su una sillaba o vocale del testo), ma poiché, spesso, tali ornamenti inglobano intervalli inferiori al semitono ne risulta che essi potrebbero derivare tanto dalle “chroai” del genere enarmonico ellenico come nelle gamme arabe, ricche, appunto, di simili intervallazioni. Le ascendenze “saracene” si fanno inoltre sentire nelle modalità d’intonazione della voce, sempre tese ed aspre. L’orizzonte culturale ellenico riappare nello strumento principale dell’isola, vale a dire nel “mariòlu”, del tutto simile all’antica “lyra”, anche per i poteri terapeutici che si attribuiscono alle sue sonorità. L’arte musicale è altresì presente nelle manifestazioni della fede Per esempio, con canti di giubilo nelle rappresentazioni del presepe “vivente” di Ciancina (Girgenti, Agrigento) e con lamenti, sostenuti da tamburi e strumenti a fiato, nel racconto della Passione di Cristo, quale si svolge ad Agira, in provincia di Enna.

Al complesso di espressioni testé menzionato si lega l’arte interpretativa del cantastorie. Un tempo, essa era patrimonio di due gruppi principali: i cantori ambulanti veri e propri, dediti alle ballate cavalleresche e alle storie profane, e gli “orbi” (i ciechi), specializzati nelle narrazioni e nei canti religiosi e il cui nomadismo, per ovvi motivi, era limitato al circondario dei luoghi di pellegrinaggio o alle province. Oggi i primi sopravvivono ancora, ma dall’inizio del secolo la loro funzione ha conosciuto un progressivo impoverimento: dapprima per l’influsso della musica “di consumo” e per il volgersi a soggetti di cronaca moderna, perlopiù “nera”, fattori che li hanno sradicati dal terreno più profondo della tradizione, e più recentemente, a causa di un processo d’intellettualizzazione tutto esteriore e dominato, non di rado, da sollecitazioni di politica spicciola.

Non meno interessanti le invenzioni coreografiche, contesto nel quale ha particolare rilievo il “Ballo della cordella”, sicuramente erede di una più antica danza della fertilità, come lasciano indurre il tempo dell’esecuzione (feste di maggio) e i fondamenti delle sue figurazioni. Il ballo della cordella, infatti, si svolge intorno ad un palo, dalla cui sommità pendono lunghe cordicelle multicolori: evidente ricordo stilizzato dell’albero ricco di fiori. Codesti nastri devono essere retti all’estremità libera dalla mano destra di ciascun interprete e intrecciati nel corso della danza. Il centro che ha una sorta d’appannaggio di tale ballo è Petralia Sottana, in provincia di Palermo. Fra le restanti forme coreografiche dell’isola si devono ricordare: l’antica Siciliana, danza di carattere pastorale, in movimento moderato, tagliata in tempo di 6/8, 12/8 o 6/4, entrata nella sfera della musica colta e le danze funebri, pressoché scomparse, che ebbe molta voga nelle “suites” o nelle “sonate” (si prestò anche per la musica vocale e restò sempre una delle forme predilette dai musicisti, tanto che si trova non solo in opere del secolo scorso, ma anche in composizioni da camera di autori moderni).

Il mondo delle credenze e delle leggende, in vario modo, si apparenta al patrimonio favolistico, poetico e musicale poco sopra delineato, costituendone non di rado la fonte prima. Come quasi in tutte le regioni italiane, si rintracciano quivi componenti pagane e cristiane, più o meno commiste, e superstizioni che toccano tutti gli aspetti della vita umana. Nell’area messinese e in quella palermitana, per esempio, è tuttora vivo il ricordo di Cola Pesce, ma molti altri personaggi di natura acquatica ricorrono un po’ in tutto il folklore isolano. Secondo una leggenda sarebbe stato un pescatore vissuto a Messina nell’età dell’imperatore Federico II (sec. XIII), mezzo uomo e mezzo pesce: la sua metamorfosi sarebbe stata l’effetto di una maledizione della madre, stanca di veder il figlio passare tutte le sue giornate nel mare. L’abilità di nuotatore di Cola e il suo strano aspetto avrebbero incuriosito l’imperatore, che, recatosi a Messina, lo avrebbe chiamato e, gettata una coppa o un anello in mare, lo avrebbe invitato a riportargliela. Cola avrebbe obbedito, ma avendo voluto Federico far ripetere la prova, non sarebbe più ritornato in superficie. A prescindere dai più noti ricordi di origine classica, si può qui segnalare la sirena che ogni anno, secondo la vecchia credenza di Modica (Ragusa), nelle notti tra il 24 e il 25 gennaio, emerge dal fondo del mare con un canto dolcissimo e pronta a predire il futuro a chi sappia avvicinarla. Immagini e motivi più inquietanti si registrano altresì in ricorrenza o meno di date precise. Così a Capodarso (Caltanissetta) si ritiene che almeno una volta l’anno si svolga una vera “fiera” di spiriti, nei pressi di un ponte fatto erigere da Carlo V e nel corso della quale si vende, fra l’altro, della frutta che è destinata a divenire d’oro, l’indomani. A Termini Imerese (Palermo) è radicata una leggenda secondo la quale Salomè, la figlia di Erodiade, sarebbe approdata, a suo tempo, a codesti lidi in cerca d’espiazione per la morte di Giovanni Battista, da lei provocata; fece perciò costruire una chiesa in memoria del martire, ma non appena essa fu terminata sarebbe scaturito dalle viscere della terra un fiume di sangue che tutto inaridiva intorno. La bella peccatrice si sarebbe allora annegata in quei flutti. Non appena ciò avvenne – prosegue la leggenda – il giume di sangue sprofondò sottoterra. Ma ogni anno, nella notte di vigilia di San Giovanni, per incantamento, Salomè e il corso di sangue riapparirebbero in superficie, fermando ogni fremito di vita, sino a quando, al mattino, il disco solare, recante la testa decollata del Battista, non costringe nuovamente Salomè e il relativo fiume a ritornare negli inferi. Similmente, a Noto si parla di un tesoro nascosto sepolto in una grotta e custodito dai fantasmi degli “infedeli” che lì l’avevano sepolto; a Sciacca, si tramanda una fosca storia di sangue che comprende la reiterata resurrezione dei morti, a scopo di vendetta, e così via. Il panorama delle credenze attive non è meno ricco di richiami a tempi precristiani. Per esempio, i doni annuali ai bambini sono recati in commemorazione del ritorno dei morti nelle prime notti novembrine. Negli stessi giorni nei locali pasticcieri sono usi confezionare dei dolci, detti appunto dei “morti”, di soggetto macabro: scheletri, teschi e ossa. L’usanza in parola e particolarmente viva nel Palermitano e nel Catanese. La festa di Santa Lucia (13 dicembre), e i giorni immediatamente susseguenti, sino alla vigilia di Natale, sono tenuti propizi per trarre oroscopi sull’andamento dell’imminente anno nuovo. L’Epifania, infine, è unanimemente considerata il primo giorno di carnevale. A proposito di festività merita anche d’esser ricordata la cavalcata del Gigante e della Gigantesca che si svolge a Messina nel giorno di ferragosto, festa dell’Assunta, quasi contrapponendosi alla processione della “vara”: una costruzione piramidale ornata d’immagini di angeli e che reca al vertice le statue della Madonna e di Cristo. Un’equivocabile impronta cristiana ha per contro la “diavolata” di Adrano (Catania): un dramma sacro che vede il vittorioso combattimento dell’arcangelo Michele contro legioni di diavoli e contro la stessa Morte. Naturalmente, lo stesso può dirsi per le famose celebrazioni palermitane della patrona Santa Rosalia, commemorata in tre date diverse, l’11 gennaio, il 15 luglio e il 14 settembre, con imponenti processioni e con gigantesche “vare”, analoga alla “vara” messinese. Su di un alto piano, si segnalano anche le tavolette di ex voto conservate nel santuario di Trecastagni (Catania).

Per quanto riguarda taluni aspetti della cultura ergologica, ben noto è il tipico carretto isolano ad alte ruote, solitamente intagliato e dipinto con scene che s’ispirano alle vicende cavalleresche, narrate dai cantastorie e dal Teatro dei Pupi. Sulle origini di questo mezzo di locomozione non mancano le discussioni fra gli specialisti dell’inizio del secolo. Giuseppe Cocchiara ha però dimostrato che il sistema viario dell’isola non poté permettere la nascita di tale mezzo se non in pieno XVIII secolo. Peraltro gli esemplari più antichi sino a noi pervenuti del carretto siciliano non risalgono, di norma, oltre la metà dello scorso secolo. Negli esemplari più addietro nel tempo le ornamentazioni d’intaglio e le pitture possono essere di soggetto sacro, anziché “carolinge”. Non è certo, tuttavia, questa distinzione iconologica a garantirne l’antichità. Per ciò che concerne l’architettura spontanea osserveremo che essa rientra pienamente nell’orizzonte dello “stile mediterraneo”, tipico di tutto il Mezzogiorno. Qua e là, tuttavia, s’individuano anche agglomerati o singoli edifici a forma di trulli.

Due parole vanno infine espresse sui costumi popolari. Anche in questo settore si hanno riscontri abbastanza evidenti con le altre regioni del meridione della Penisola. L’abito femminile, infatti, per foggia e colori rassomiglia a quelli della Calabria e della Sardegna, variando ovviamente secondo le età e le occasioni. Lo stesso può dirsi per il costume maschile, più severo e caratterizzato da larghe fasce colorate in funzione di cintura.

La sicilianità

Le tradizioni popolari, insieme alla cultura millenaria e all’uso della lingua siciliana, sono tuttora vive, più nei paesi che nelle città. Queste tradizioni, tanto particolari quanto pittoresche, unite al carattere, al mito e all’approccio alla vita del Siciliano ha creato nel corso dei secoli uno stereotipo che è stato tradotto in parole dal termine sicilianità.

Già Cicerone marchiava i siciliani come «gente acuta e sospettosa, nata per le controversie». Ancora oggi molti autori hanno individuato un tratto comune al comportamento dei siciliani, ovviamente soggettivo, ma probabilmente non del tutto falso. Sono molti gli altri aspetti caratteristici dei siciliani: il senso alto della famiglia e dell’onore, il rispetto per la donna e per la femminilità, ma anche l’attaccamento alla propria terra, la teatralità dei gesti e degli atti, il senso dell’accoglienza, la diffidenza,ecc…Tutto ciò ha fatto sì che alcuni studiosi considerassero il popolo siciliano come un’etnia a parte, tenendo in considerazione la cultura e gli aspetti della vita quotidiana tanto diversi dal resto d’Italia.

La famiglia siciliana forma di solito un gruppo molto allargato che include anche i cugini più lontani, ma raramente essa è chiusa su se stessa. È molto diffusa l’abitudine di fare grandi tavolate per pranzo o per cena, soprattutto d’estate. Gli orari sono spostati un po’ più avanti rispetto al nord, arrivando a pranzare anche alle due di pomeriggio e cenare verso le nove-dieci nella bella stagione. Si tende a trattenersi un po’ di più a tavola anche dopo avere consumato la cena.

Gesualdo Bufalino definiva la Sicilia la terra della "luce e del lutto", un luogo di contraddizioni di estremi che si uniscono: così nell’immaginario il siciliano appare come un uomo solare e accogliente ma anche losco e sospettoso, convinto che il suo modo d’essere sia il migliore e il più giusto. Con questi contenuti Tomasi di Lampedusa dichiarava nel suo famoso romanzo Il Gattopardo che in "Sicilia tutto cambia affinché nulla cambi", perché sono gli stessi siciliani a ricercare il cambiamento ma nello stesso tempo a frenarlo, timorosi che esso possa spodestare le secolari abitudini e i privilegi acquisiti.

Una terra e un luogo antropologicamente complesso e nello stesso tempo affascinante da scoprire: nel cinema, nella letteratura e nelle arti in genere. Il senso a volte tragico del destino e ma anche dell’orgoglioso attaccamento alla propria terra e alle proprie radici è testimoniato anche nella letteratura. Notevole è il ritratto lasciatoci da Giovanni Verga, capofila del verismo, nel cosiddetto Ciclo dei vinti, raccolta che include I Malavoglia. Mentre al culto della "roba", il bene materiale ricavato dalla terra e dal lavoro si deve adeguare anche il senso pur così sacro della famiglia, i personaggi che vogliono cambiare il mondo vengono puniti dalla mala sorte che li obbliga a tornare al punto di partenza, alla loro terra e alle loro radici.

L’intraprendenza commerciale dei Malavoglia, colpevoli di volersi allontanare dal proprio paese, è punita col naufragio della barca che trasporta il carico di lupini, e ciò li condanna a una povertà ancora maggiore di quella da cui cercavano di fuggire. Mastro Don Gesualdo diventa sì un famoso imprenditore edile dal nulla ma non arriva a godersi il frutto del suo lavoro che alla fine va in eredità ai parenti. Riflessione amara del Verga sulla vita: anche lui, una volta raggiunto il benessere, si rifugerà dal Nord nella sua amata Catania dove, disincantato dalla vita, passerà i suoi ultimi anni.

Singolarità d’atteggiamenti si riscontrano, in altri siciliani: Mario Rapisardi e Giuseppe Aurelio Costanzo, poeti colpevoli, secondo la critica di Benedetto Croce, per aver trasformato il poema in "saggio sociologico”. Nei poemi, i due poeti, la denuncia che fanno non è fine a se stessa ma si congiunge a grandi ideali: giustizia sociale, necessità di cambiamento, ribellione contro un ordine sociale ingiusto, che simbolicamente rappresenta la classe degli umili e degli oppressi che nell’opera degli altri scrittori siciliani è solo capace di rinunce.
Feste religiose
Il carro di S.Rosalia colmo di rose fatto sfilare per le vie di Palermo nel 2008

Le feste religiose cattoliche rivestono una grande importanza all’interno del folklore siciliano. La festa di Santa Rosalia a Palermo, quella di Sant’Agata a Catania, quella della Madonna della Lettera a Messina, quella della Settimana Santa a Caltanissetta, quella di Santa Lucia a Siracusa, quella di San Giorgio a Ragusa Ibla e le processioni del Venerdì Santo a Enna, la processione vivente della passione a Marsala, e la processione dei Misteri a Trapani.

Altre feste importanti sono:

    * la festa di Sant’Alfio a Lentini
    * la festa di San Sebastiano di Acireale
    * la festa di San Giacomo a Caltagirone
    * la festa della Madonna della Visitazione a Enna
    * la festa di San Giuseppe a Santa Maria di Licodia
    * la Festa di San Calogero ad Agrigento
    * la festa del Santissimo Salvatore della Trasfigurazione a Cefalù

Feste laiche

Il Carnevale è festeggiato in Sicilia con manifestazioni tra le più belle e caratteristiche a livello nazionale al punto da partecipare anche al Carnevale di Viareggio; particolarmente note sono quelle di Paternò, Valderice, Acireale, Misterbianco, Sciacca, Termini Imerese ed il carnevale di Regalbuto, alte espressioni di folklore popolare e di spensieratezza.

Opera dei Pupi

Nel 2001 è stata inserita tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità dell’UNESCO l’opera dei Pupi, il teatro delle marionette siciliano. Grazie ai cuntastori, i pupi, che rappresentano i personaggi del ciclo carolingio, mettono in scena le storie della Chanson de Roland, dell’Orlando furioso e della Gerusalemme liberata. Il personaggio principale è il cavaliere Orlando, ma vi è anche spazio per Rinaldo, Angelica e altri. Culla dell’Opera dei Pupi è Palermo dove sono presenti numerosi teatri oltre ad un museo ed una scuola famosa come quella dei Cuticchio, altro importante centro è Acireale, cittadina barocca, che vide fiorire quest’arte grazie ai numerosi maestri pupari, fra cui il celebre Emanuele Macrì, a cui è dedicato l’omonimo museo-teatro dove, quotidianamente, è possibile assistere alle rappresentazioni dei maestri pupari.

Gestualità

Merita un capitolo a parte l’accentuata gestualità dei siciliani, che li ha tipizzati nel mondo (associata spesso, a sproposito, ad una pretesa intrinseca mafiosità). Accompagnare un concetto con i gesti è insito nella cultura siciliana da tempi remoti; Il motivo probabile è da ricercare nei suoi rapporti culturali e commerciali con i popoli dell’area mediterranea orientale sin dai tempi più remoti. La grande rimescolanza di lingue e popoli ha senz’altro accentuato l’uso del gesto per meglio comprendersi; è infatti abbastanza naturale, quando non ci si comprende bene tra gente di lingua diversa, usare i gesti per accentuare la comprensibilità del dialogo. Alcuni avanzano anche l’ipotesi che all’origine di questo linguaggio parallelo vi sia stata la necessità di comunicare tra i giovani: un tempo, le restrizioni che imponevano una distanza tra ragazzi e ragazze resero necessaria la creazione di una serie di segni ben precisi che aiutassero a progettare incontri o semplicemente a poter scambiarsi delle idee. Il luogo per eccellenza di queste discussioni mute era la chiesa.

Anche Pitrè si occupò della gestualità siciliana, raccogliendo tutte le informazioni possibili in Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889). Tra le varie informazioni, si riporta la leggenda che narra di un re che, arrivato in Sicilia, vuole mettere alla prova due suoi sudditi sulla supposta capacità di poter dialogare senza parole. I due sudditi, presi alla sprovvista, passano il test e provocano grande meraviglia nel sovrano. La gestualità si dice sia uno degli aspetti della teatralità del siciliano, uno dei tanti modi di dimostrare la necessità di recitare e dar sfogo alla grande creatività[20].
Istruzione
Facciata dell’ex monastero dei Benedettini, che ospita due facoltà dell’Università di Catania.

Nel 1434 sorse la prima università della Sicilia: il Siciliae Studium Generale, oggi semplicemente Università degli studi di Catania. Il padre della cultura universitaria siciliana è Alfonso V d’Aragona, che patrocinò la nascita dello studio catanese. Fu invece Ignazio di Loyola a fondare, nel 1548 l’Università degli studi di Messina. Sono di più recente istituzione l’Università degli studi di Palermo (1805) alle quali si è aggiunta l’Enna-Kore (2005) semiprivata, inoltre è presente, a Palermo e a Caltanissetta vi sono due sedi della LUMSA. In totale, i tre atenei pubblici più il semipubblico di Enna contano circa 180.000 iscritti.

I livelli dell’università siciliana non sono affatto alti. Uno studio Censis-la Repubblica del 2005 (che non include Enna perché ancora in via di istituzione) classifica Palermo (63.400 iscritti) e Catania (50.700 iscritti) tra i mega atenei, cioè con oltre 40.000 iscritti, mentre Messina (39.600 iscritti) viene posta tra gli atenei medi, tra 40.000 e 20.000 iscritti. Lo studio porta avanti una serie di valutazioni basate su quattro campi (i servizi offerti agli studenti, le borse di studio, le strutture e il web) per stilare una classifica di ogni gruppo di atenei. Palermo è classificato 7º (a pari merito con l’Università di Bari), mentre Catania è 10º su undici mega atenei. Messina invece è 15º su 18. Nei primi due casi, sono le strutture a determinare la bassa classifica (i voti, in centodecimi, sono rispettivamente 71 e 76, i più bassi del gruppo), mentre Messina è carente soprattutto per quanto riguarda i servizi (74).

Si è seguito lo stesso criterio per ogni singola facoltà, la cui classifica però coinvolge tutti gli atenei. Se si escludono quelle non valutate, le facoltà siciliane ricorrono spesso negli ultimissimi posti: tutte e tre per quanto riguarda l’Economia (Catania, Palermo e Messina), Messina e Catania per Medicina e chirurgia, la sola Messina per Scienze della formazione, ancora la coppia Messina-Catania per Scienze matematiche, fisiche e naturali, Palermo per Scienze politiche e Messina per Scienze statistiche. La facoltà migliore sembra Scienze della formazione di Palermo, che è al sesto posto nazionale con 89.4/110.

Cucina e gastronomia

La cucina siciliana fa parte di una cultura gastronomica regionale complessa ed articolata, che mostra tracce e contributi di tutte le culture che si sono stabilite in Sicilia negli ultimi due millenni. Dalle abitudini alimentari della Magna Grecia alle prelibatezze dei "Monsù" delle grandi cucine nobiliari, passando dai dolci arabi e dalle frattaglie alla maniera ebraica… tutto contribuisce a rendere varia la cucina siciliana.
Cannoli siciliani.

La lista dei prodotti tipici è lunghissima. Ogni provincia (e, in molti casi, ogni comune) ha una sua specialità e anche i nomi degli stessi alimenti variano di zona in zona. È universalmente conosciuta la granita siciliana come prodotto comune a quasi tutte le province e pregiato nelle zone di Messina e Acireale. Meno conosciute sono altre due bevande dall’aspetto di latte: l’orzata (dolce) e il latte di mandorla (dolce-amaro). Tra i prodotti salati, sono molto diffusi prodotti presentati nella cosiddetta tavola calda, con gli arancini (o arancine) come punta di diamante di questa categoria. Tipiche del palermitano sono le panelle, le crocchè (crocchette di patate) ed il pani cà meusa (pane con la milza). Del messinese invece i rustici e la focaccia. Ci sono poi molti piatti legati alle melanzane, come la caponata, la parmigiana e la pasta alla norma, i scacci, focacce di grano duro con ripieno a base di prezzemolo, oppure cavolfiori o pomodori, vere e proprie torte salate. Anche il pesce, in molte varietà, è un alimento importante della cucina siciliana e in questo settore molto famoso è il pesce stocco alla messinese. Tipico del trapanese è il cuscus piatto principale della tradizione gastronomica del sud del Mediterraneo, ma contrariamente al resto dei paesi del Maghreb, dove invece è di solito a base di carne, è preparato con il pesce. Tra i dolci tipici della regione non sono da dimenticare i cannoli, la cassata e la torta Fedora.

Turismo
L’industria del turismo è un’attività in crescita, favorita dalla presenza sul territorio di numerosi siti archeologici (Morgantina, Segesta, Selinunte, Valle dei Templi e Villa del Casale solo per citarne alcuni) e di bellezze artistiche e naturali che suscitano l’interesse dei visitatori. Una grande importanza ha il turismo balneare: celebri attrattive sono le variegate coste e le isole minori.

Negli ultimi anni si è investito sulla capacità ricettiva di strutture alberghiere, favorendo un incremento delle presenze nell’isola, che nell’estate 2006 hanno raggiunto un livello record.

La Provincia di Messina, con circa 5 milioni di presenze turistiche annue, è la prima in Sicilia e tra le prime nel Sud Italia.

Oltre alle ben conosciute mete turistiche e rinomate località, come Taormina, Isole Eolie, Erice, Isole Egadi, Cefalù, Monreale, Palermo, San Vito Lo Capo, Noto, Siracusa, l’entroterra siciliano è ricco di storia, di tradizioni, ma anche e soprattutto di arte, cultura, fortezze, teatri, chiese, palazzi, castelli, necropoli, boschi e bacini naturalistici d’importanza, elementi caratterizzanti le aree interne della regione.
Patrimoni dell’umanità
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall’UNESCO
Stub patrimoni dell’umanità.png Patrimonio dell’umanità
Area archeologica di Agrigento
Archaeological Area of Agrigento
Agrigente Temple concorde
Tipologia     archeologico
Criterio     C (i) (ii) (iii) (iv)
Pericolo     Non segnalato
Anno     1997

Patrimoni dell’umanità in Italia

La Sicilia è, dopo la Toscana, la regione italiana sede del maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Questa è la lista completa:

    * La villa del Casale di Piazza Armerina, dal 1997;
    * Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, dal 1997;
    * Le isole Eolie, dal 2000;
    * Otto comuni appartenenti al Val di Noto: Caltagirone, Militello in Val di Catania, Catania, Ragusa, Modica, Noto, Palazzolo Acreide e Scicli, dal 2002;
    * Il centro storico di Siracusa e la necropoli di Pantalica, dal 2005.

Sono in discussione anche l’eventualità di iscrivere il centro storico della città di Palermo, e numerosi monumenti del trapanese: Erice, Mothia e Segesta (le terre degli Elimi) e nel 2009 si è discusso su una possibile candidatura del Castello della Colombaia di Trapani, e il sito geologico Scala dei Turchi.
Barocco siciliano
Duomo di San Giorgio di Ragusa.
Exquisite-kfind.png     Per approfondire, vedi la voce Barocco siciliano.

In seguito al fiorire di interventi di ricostruzione succeduti al devastante terremoto che investì il Val di Noto nel 1693 alcuni artisti adottarono uno stile comune che oggi ricade sotto la denominazione di barocco siciliano. Prima di questa data il barocco era stato impiegato nell’isola in modo ingenuo, evoluto dall’architettura autoctona piuttosto che derivato dai grandi architetti barocchi di Roma. In seguito al sisma, molti architetti locali adottarono questo stile, che è riconoscibile non solo dalle sue tipiche linee curve e motivi decorativi barocchi ma anche dalle ghignanti maschere e putti, e dall’apparenza particolarmente sgargiante raramente visibile altrove. La loro interpretazione dello stile condusse ad una forma d’arte personalizzata e radicata nei vari territori come il Val di Noto (province di Ragusa e Siracusa) e la Provincia di Catania. Nel penultimo decennio del XVIII secolo lo stile finì con l’essere rimpiazzato dalle nuove mode che proponevano il neoclassicismo.
Aree archeologiche
Il tempio di Segesta.

Le molteplici dominazioni in Sicilia hanno fatto sì che la Sicilia sia piena di luoghi d’interesse archeologico. Questa è una breve lista delle aree archeologiche divise per provincia:

    * provincia di Agrigento: Valle dei Templi, Eraclea Minoa, Monte Adranone.
    * provincia di Caltanissetta: Vassallaggi, Sabbucina, Gibil Gabel, Acropoli di Gela e Mura Timoleontee.
    * provincia di Catania: Collina vulcanica di Paternò, Pietralunga, Civita, Adranon, Occhiolà, monte Turcisi, Xiphonia.
    * provincia di Enna: Morgantina e il granaio, Villa del Casale, Centuripe, Fondaco Cuba di Catenanuova.
    * provincia di Messina: Alesa Arconidea, Naxos, villa di Patti, Tauromenium, Terme Vigliatore, Tyndaris.
    * provincia di Palermo: Grotta dell’Addaura, Grotte della Gurfa, Iaitas, Entella, Himera, Solunto.
    * provincia di Ragusa: Cava Ispica, Cava Lazzaro, Castiglione, Kamarina, Kasmenai, Kaukana, Scornavacche.
    * provincia di Siracusa: Akrai, cozzo Collura, Eloro, Megara Hyblaea, Neapolis, Pantalica, villa del Tellaro, Thapsos, Casmene, Leontinoi.
    * provincia di Trapani: Cave di Cusa, Grotta dell’Uzzo, Lilibeo, Mozia, Segesta, Selinunte.

Ambiente
Flora

La vegetazione in Sicilia è caratterizzata dalla presenza di differenti ecosistemi mediterranei.
Nelle aree prossime ai litorali, dal livello del mare ai 200 metri d’altitudine è presente l’Oleo-ceratonion che, nelle zone più ricche di risorse idriche evolve verso la macchia mediterranea, la formazione vegetale più caratteristica, mentre nelle zone più aride lascia il posto alla gariga, alla prateria mediterranea o ad aree di macchia degradata come la macchia a cisto.

Gli incendi, il pascolo e la pressione antropica hanno notevolmente ridotto le aree di foresta mediterranea sempreverde e di foresta mediterranea decidua che un tempo ricoprivano l’intera isola, di cui persistono tuttavia ampie aree sulle Madonie, sui Nebrodi e sull’Etna.

Fino ai 7-800 metri s.l.m., la vegetazione è costituita principalmente da euforbia, mirto, corbezzolo, sughera, leccio, lentisco, erica arborea, cisti e varie specie di ginestra come ginestra dei Carbonai (Cytisus scoparius), ginestra odorosa (Spartium junceum), ginestra spinosa (Calycotome spinosa), sparzio villoso (Calycotome villosa), ginestra dell’Etna (Genista aetnensis). Nella zona del fiume Alcantara era presente in ampi boschi il Platanus orientalis, oggi ridotto a piccole aree. Tra le specie introdotte dall’agricoltura sono molto diffusi gli agrumi, gli ulivi, la vite, i noccioli e i mandorli.

Tra gli ottocento e i milleduecento metri dominano i trifogli, le veccie, il grano, i sulleti, le rose canine, i gigli selvatici, i perastri, i pruni selvatici, gli asfodeli, i sorbi e gli azzeruoli.

La fascia vegetativa al di sopra, fino alla quota di 1200-1400 m.s.l.m. è costituita da formazioni di quercia caducifoglia, di rovere, di cerro, di roverella.

Oltre i 1200 entriamo nella zona propriamente montana dove sono splendidamente insediate estese formazioni boschive a faggeta. Il sottobosco rigoglioso presenta svariate specie di piante tra le quali vi sono l’agrifoglio, il pungitopo, il biancospino di Sicilia, il tasso. A queste altitudini prosperano anche l’acero d’Ungheria, l’olmo montano, il melo selvatico, l’acero montano e la stregonia siciliana.

Discorso a parte merita l’Etna. Oltre i 2000 metri si incontrano il pino loricato, la betulla e il faggio ed ancora più in basso anche castagno e ulivo. Più in alto, resistono solo la saponaria e l’astragalo e qualche muschio e lichene. Superati i 2400 metri la vegetazione è totalmente assente.
Exquisite-kfind.png     Per approfondire, vedi la voce Flora endemica della Sicilia.
Orchis brancifortii è una orchidea che cresce esclusivamente in Sicilia e Sardegna.

La flora siciliana è ricca di specie endemiche, cioè presenti solo sull’isola. Alcune di esse sono ulteriormente circoscritte in aree molto ridotte come per esempio l’abete dei Nebrodi (Abies nebrodensis), presente solo nel Vallone di Madonna degli Angeli nelle Madonie, il limonio di Todaro (Limonium todaroanum), esclusivo del Monte Passo del Lupo allo Zingaro, l’erba croce di Linosa (Valantia calva), endemica della omonima isola, la rarissima Zelkova sicula, limitata ad un’area di circa mezzo ettaro sui Monti Iblei. Tra gli innumerevoli endemismi si possono citare l’astragalo siculo (Astragalus siculus) e l’astragalo dei Nebrodi (Astragalus nebrodensis), la ginestra del Cupani (Genista cupanii), il lino delle fate siciliano (Stipa sicula), l’alisso dei Nebrodi (Alyssum nebrodense), l’aglio dei Nebrodi (Allium nebrodense), la viola dei Nebrodi (Viola nebrodensis), il giaggiolo siciliano (Iris pseudopumila), numerose specie di Helichrysum (tra cui Helichrysum hyblaeum), il citiso delle Eolie (Cytisus aeolicus).
Un cenno particolare meritano infine le numerose specie di orchidee endemiche tra cui l’orchidea a mezzaluna (Ophrys lunulata), l’orchidea di Branciforti (Orchis brancifortii), l’ofride dei fuchi (Ophrys oxyrrhynchos), con le sottospecie Ophrys oxyrrhynchos biancae e Ophrys oxyrrhynchos calliantha, e l’ofride palermitana (Ophrys sphegodes panormitana).

Per l’uso medicinale, due piante in particolare, il ficodindia (Opuntia ficus-indica) e l’arancio dolce (Citrus aurantium) sono recentemente diventate oggetto di studi che ne confermano le peculiarità tradizionali già rilevate dalle osservazioni del Pitrè; ad esse si aggiunge il cappero (Capparis spinosa) che si prospetta quale antiallergico cutaneo, come sperimentato empiricamente da tempo immemorabile dai contadini delle isole Eolie.[22]


Fauna

L’intera Sicilia è popolata da molti mammiferi. I più diffusi sono l’istrice, il gatto selvatico, la martora, il ghiro, il moscardino e il quercino. Sull’Etna si aggiungono il cirneco dell’Etna, la volpe, il coniglio, la lepre, la donnola, il riccio e varie specie di topo e pipistrello.
Un Discoglossus pictus.

I rettili e gli anfibi sono poco diffusi. Si ricortano lucertole, gongili, luscengole, gechi, biacchi, bisce d’acqua, vipere, rane (tra cui la rana verde minore), discoglossi, rospi e la testuggine comune.

In passato c’erano tante tipologie di pesci. Oggi è più ridotta, ma nei mari siciliani si possono ancora incontrare il pesce spada, il tonno, la sardina, l’alice, lo sgombro, la spigola, l’occhiata, il gambero, l’ostrica e i mitili.

Tra gli organismi protetti dalla Riserva marina Isole dei Ciclopi si ricordano i poriferi, i gorgoniacei, i briozoi (tra cui Myriapora truncata e Sertella baeniana), lo spirografo Sabella spallanzanii, crostacei (tra cui Chtamalus stellatus), tunicati, echinodermi crinoidei (tra cui il giglio di mare), i crostacei brachiuri (tra cui il granchio), Anellidi policheti, l’anfiosso, vari molluschi (Dentalium vulgare, Donax variegatus) e Microcosmus sulcatus.

La fauna aviaria è molto varia. Nella zona orientale sono tipici la cincia bigia di Sicilia, il codibugnolo di Sicilia, lo sparviero, la poiana, il gheppio, il falco pellegrino, l’allocco, l’aquila reale, il tuffetto, la folaga, la ballerina gialla, il merlo acquaiolo, il martin pescatore, la coturnice di Sicilia, la beccaccia, l’upupa, il corvo imperiale, il cavaliere d’Italia e l’airone cinerino.

Nella zona occidentale sono più diffusi capinere, cinciallegre, cinciarelle, cince more, sterpazzoline, occhiocotti, picchi muratori, picchi rossi maggiori, rampichini, merli, fiorrancini e scriccioli.

Gli invertebrati comprendeno alcune specie endemiche, come il "Parnassio Apollo di Sicilia", un’elegante farfalla esclusiva delle zone più alte, la "Platicleide del Conci", una specie di cavalletta, e, tra i coleotteri, il "Rizotrogo di Romano" e la "Schurmannia di Sicilia". A quote alte sono ancora presenti la cavalletta Stenobotro lineato, l’afodio di Zenker, boreale e siculo, la cui risorsa alimentare consiste nello sterco degli erbivori, ed il Carabo planato.

Il bracconaggio ha fatto estinguere molte specie, soprattutto nella zona dei Nebrodi. Il cervo, il daino, il capriolo, il lupo, il cinghiale, il gufo reale e il grifone sono tutti ormai scomparsi. Recentemente sono stati reintrodotti il cinghiale e il daino sulle Madonie, il grifone sulle Madonie e sui Nebrodi.

Nel quaternario, la Sicilia ha ospitato anche specie che oggi sono totalmente estinte anche in Europa. Ad esempio, vi erano ippopotami, rinoceronti, leoni, cervi e bisonti. Inoltre, sono stati ritrovati resti fossili di elefanti, che erano rappresentati da tre specie (Elephas antiquus, Elephas mnaidriensis e Elephas falconeri), ora estinte, la scoperta dei loro crani, con un largo foro centrale nell’area facciale, ossia il punto di inserzione della proboscide, che venne interpretato come sede di un unico occhio, diede vita al mito dei Ciclopi e di Polifemo, riportato anche da Omero nell’Odissea[23].
Parchi e Riserve naturali
Exquisite-kfind.png     Per approfondire, vedi la voce Aree naturali protette della Sicilia.

In Sicilia sono presenti quattro Parchi naturali regionali e molte Riserve naturali, Aree marine protette e Zone umide che coprono complessivamente il 10,5% del territorio della regione [24].
Riserva dello Zingaro (TP). Prima riserva istituita in Sicilia (1980), ricade nel frequentato comune di San Vito Lo Capo.
AMP Capo Gallo-Isola delle Femmine

Parchi naturali regionali

    * Parco dei Nebrodi
    * Parco dell’Etna
    * Parco delle Madonie
    * Parco fluviale dell’Alcantara.

Alcune riserve naturali regionali

    * Riserva naturale Fiume Ciane e Saline di Siracusa
    * Riserva naturale integrale Cava Randello
    * Riserva naturale integrale Grotta Conza
    * Riserva naturale integrale Macalube di Aragona
    * Riserva naturale Macchia Foresta del Fiume Irminio
    * Riserva naturale Oasi del Simeto
    * Riserva naturale Oasi Faunistica di Vendicari
    * Riserva naturale orientata Biviere di Gela
    * Riserva naturale orientata Bosco di Santo Pietro
    * Riserva naturale orientata Capo Gallo
    * Riserva naturale orientata Cavagrande del Cassibile
    * Riserva naturale orientata Isola Bella
    * Riserva naturale orientata Monte Cofano
    * Riserva naturale orientata Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio
    * Riserva naturale orientata Monte Pellegrino
    * Riserva naturale orientata Pino d’Aleppo
    * Riserva naturale orientata Sughereta di Niscemi
    * Riserva naturale orientata dello Zingaro
    * Riserva naturale speciale Lago di Pergusa

Aree Marine Protette

    * Riserva naturale marina Isola di Ustica
    * Riserva naturale marina Isole Ciclopi
    * Riserva naturale marina Isole Egadi
    * Area naturale marina protetta Isole Pelagie
    * Area naturale marina protetta Capo Gallo – Isola delle Femmine
    * Area naturale marina protetta del Plemmirio

Ecosistema Urbano

Il rapporto sull’ecosistema urbano stilato da Legambiente e il Sole 24 Ore, riguarda la qualità ecologica dei capoluoghi italiani dall’affidabilità del sistema di trasporto urbano, dalla superficie verde per abitante, dall’efficienza del sistema idrico, dalla qualità dell’aria, dei chilometri di piste ciclabili, dalla quantità di acque reflue depurate, dalla diffusione delle energie rinnovabili, dalla gestione dei rifiuti e dalla loro raccolta differenziata[25]. Il dato per la Sicilia non è confortante poiché vede i propri capoluoghi in fondo alla classifica nazionale:

Dati del 2009 (L’aumento delle provincie da 103 a 107 ha portato ad una lieve caduta verso il basso.):

Personaggi famosi

Mafia
Bernardo Provenzano.

Cosa nostra è il nome dato alla mafia siciliana. Le sue origini, secondo parte della ricerca storiografica [senza fonte], vengono fatte risalire ai primi anni del XIX secolo e sono poste in relazione all’antico fenomeno del brigantaggio. Tuttavia è doveroso precisare che tale asserzione è poco condivisa; buona parte degli studiosi ritiene di retrodatare il fenomeno al XVI secolo, quando in varie parti d’Italia si erano formate congregazioni paracriminali sul tipo di quella citata da Alessandro Manzoni, (I bravi e Don Rodrigo), nel suo capolavoro "I promessi sposi".
A torto o a ragione la sua nascita si fa risalire all’inizio dell’Ottocento, quando i campieri gestivano quotidianamente i terreni della nobiltà siciliana e i braccianti che vi lavoravano [senza fonte]. Era gente violenta, che faceva da intermediario fra i proprietari feudali e i braccianti, spesso in condizioni simili a quelle dei servi della gleba che, per meglio esercitare il loro mestiere, si circondavano di violenti guardiani prezzolati. Da qui nacque la gerarchia di capi e picciotti che, nella sua logica gerarchica, esiste ancora ai giorni nostri.

Solo dall’Unità d’Italia però la mafia ha cominciato ad avolversi nella forma attuale, mischiandosi nei Fasci Siciliani, venendo messa in ginocchio grazie all’operato del "prefetto di ferro" Cesare Mori -inviato dal regime fascista- e venendo poi potentemente sostenuta dal governo statunitense prima e dopo lo sbarco degli Alleati nella Seconda guerra mondiale. Dagli anni cinquanta in poi, la mafia si aggancia sempre più strettamente alla politica: da Vito Ciancimino in poi alcuni esponenti della politica siciliana sono stati indicati come collusi. E c’è stato anche il periodo delle guerre interne: la prima (nel 1962) e la seconda guerra di mafia (nel 1978).

Il periodo fra gli anni ottanta-novanta è la stagione delle grandi stragi: Capaci, via d’Amelio, via dei Georgofili … Ma è stato anche il periodo del maxiprocesso di Palermo: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino guidano la carica contro le cosche, venendo poi vigliaccamente uccisi nel 1992. Successivamente, il fenomeno si nasconde, e diventano eclatanti solo gli arresti, da Totò Riina a Bagarella a Brusca. Gli ultimi, nel 2006, quello di un capo storico della mafia Bernardo Provenzano e nel 2007 l’arresto di Salvatore Lo Piccolo suo successore. Oggi gli esperti di anti-mafia indicano Matteo Messina Denaro come il successore di Lo Piccolo e Provenzano al vertice di Cosa Nostra.

Collusioni tra politica e mafia

La prima volta che si parlò apertamente dei rapporti che legano la politica e la mafia in Sicilia fu a inizio secolo in occasione dell’omicidio dell’ex sindaco di Palermo Notarbartolo, il cui mandante era il parlamentare Raffaele Palizzolo, rimasto impunito[26]. Dopo la fine del fascismo gli Alleati nominarono sindaci esponenti di primo piano della Mafia, come Calogero Vizzini. Numerosi furono poi i legami tra mafia ed esponenti del Separatismo siciliano.

Tra le vittime più illustri che caddero nella lotta contro la mafia furono il generale Dalla Chiesa, i giudici Costa, Terranova, Borsellino e Falcone. Tuttavia i frutti di queste indagini e l’appoggio della solidarietà popolare che a più riprese è scesa in piazza contro la cupola mafiosa hanno portato a decapitare, dal 1993 in poi, i vertici di Cosa Nostra.

Nel tempo il legame tra politica e mafia è continuato ad essere un aspetto essenziale del controllo e della gestione di appalti e fondi pubblici. Sfruttando la leva di complicità e omertà, in molte province della Sicilia le scelte politiche avvengono a volte per convenienze mafiose. Innumerevoli i casi di appalti pilotati a ditte controllate dalla mafia, di speculazioni legate ai piani regolatori comunali, di leggi regionali a favore di talune categorie, ecc. Per questo motivo sono sorte alcune leggi antimafia volte a limitare le collusioni. Ogni anno però continua lo scioglimento di diversi consigli comunali sparsi nel territorio siciliano per infiltrazione mafiosa.

Fuori dalla Sicilia si sono spesso alimentati cliché derivati dagli stereotipi hollywoodiani sul genere de Il padrino che ritraggono la Sicilia come un paese dominato quotidianamente dalla violenza, mentre l’influenza della piovra è in realtà più sotterranea di quanto non si creda. Non solo sono stati dati per scontati gli stereotipi cinematografici, ma facili generalizzazioni estese all’etnia siciliana generano talvolta ingiuste discriminazioni sociali e perfino movimenti politici xenofobi ai danni delle minoranze etnico-linguistiche che vivono nel Nord Italia e all’estero. A questo scopo sono sorte numerose associazioni culturali in Italia e all’estero volte a salvaguardare e a fare conoscere la ricca realtà artistica, linguistica e umana dell’Isola.

In molte aree viene tacitamente sfruttato il voto di scambio, senza un’apparente mobilitazione da parte dello Stato.
Con la globalizzazione e l’afflusso di emigrati clandestini in Sicilia guidati da scafisti senza scrupoli, la mafia ha esteso le sue alleanze verso i paesi in via di sviluppo e alle mafie provenienti da questi.

Eclatanti i casi di politici e magistrati collusi con la mafia: il caso che forse ha fatto parlare di più è stato quello di Giulio Andreotti (che i giudici hanno ritenuto assolto con sentenza definitiva per quanto riguarda i reati successivi al 1980, sostenendo comunque, per i reati prescritti, «Una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»[27]) e Salvatore Cuffaro (a cui è dedicato il documentario La mafia è bianca, sotto processo per rivelazione di segreto istruttorio e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa — Corriere della sera: No di Cuffaro, ma documentario va in onda).
    « Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un sistema che in Sicilia contiene e muove interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma dentro lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. »
    
(Leonardo Sciascia, 1972; da Avvertenza scritta in occasione dell’uscita del "Giorno della Civetta" nella collana "Letture per la scuola media" – Einaudi)

Sport

Lo sport in Sicilia si è sviluppato ad un certo livello solo dal secondo dopoguerra in poi. Resistono tuttora alcuni sport tradizionali, come l’antinna a mari e il liu-bo, ma per quanto riguarda gli sport famosi a livello internazionale solo recentemente si è arrivati al livello degli altri atleti nazionali.

Per quanto riguarda gli atleti, il primo oro alle Olimpiadi è merito di Angelo Arcidiacono, per la sciabola nel 1984.
Sport di squadra

Negli sport a squadre, il primo scudetto risale al 1978, con la conquista del campionato italiano maschile di pallavolo, cui segue lo scudetto primavera (trofeo Dante Berretti) conquistato dallo Sport Club Marsala 1912. Da allora nei 30 anni successivi (fino a tutto il 2008) le squdre siciliane si sono aggiuìdicate in tutto 49 edizioni dei campionati nazionali (ma tra questi solo 8 volte a livello maschile) nei vari sport di squadra.

Il calcio è lo sport più seguito. Esso sbarcò in Sicilia, alla fine dell’800, grazie ai marinai delle navi mercantili inglesi che ingaggiavano vere e proprie sfide con i portuali negli spiazzali dei porti di Palermo e Messina. Il primo derby nell’isola risale al 18 aprile 1901, giocato tra l’Anglo Palermitan Athletic e Messina Football Club. Il match, dopo una sfida vibrante, fu vinto 3-2 dall’Anglo Palermitan. Nel 2006-07, per la prima volta nella storia della Serie A a girone unico, le tre maggiori squadre siciliane giocano tutte insieme: Unione Sportiva Città di Palermo (miglior risultato nella massima serie: 5º), Football Club Messina Peloro (7º) e Calcio Catania (8º).

Negli altri sport di squadra, la compagine più medagliata di sempre è l’Orizzonte Geymonat Catania, che ha finora vinto sedici scudetti (di cui 15 consecutivi) nella Serie A di pallanuoto femminile. Ha inoltre vinto 8 Coppe Campioni. Altre squadre da ricordare sono il CUS Catania (13 scudetti tra hockey e canoa-polo) e l’Ortigia Siracusa (3 scudetti nella pallamano).

Nella pallavolo maschile la maggiore società è l’Eurotec Volley Gela neopromossa nel campionato nazionale di serie A2.
Olimpiadi

Per quanto riguarda i singoli atleti, hanno vinto nelle proprie specialità alle Olimpiadi:

    * oro: Angelo Arcidiacono e Giovanni Scalzo (Los Angeles 1984, scherma – sciabola a squadre); Maurizio Randazzo (Atlanta 1996, scherma – spada a squadre); Orazio Fagone (Lillehammer 1994, short track); Silvia Bosurgi, Cinzia Ragusa, Giusi Malato, Maddalena Musumeci (Atene 2004, pallanuoto femminile).
    * argento: Ignazio Fabra (Helsinki 1952 e Melbourne 1956, lotta greco-romana, pesi mosca); Angelo Arcidiacono e Giovanni Scalzo (Mosca 1980, scherma – sciabola a squadre); Salvatore Antibo (Seul 1988, atletica leggera, metri 10.000);
    * bronzo: Giuseppe Bognanni (Monaco 1972, lotta greco-romana, pesi mosca); Cosimo Ferro (Los Angeles 1984, scherma – spada a squadre); Giuseppe Gibilisco (Atene 2004, salto con l’asta); Giovanni Calabrese (Sydney 2000, canottaggio); Giovanni Scalzo (Los Angeles 1984, scherma – sciabola individuale).

Eventi internazionali
Un’auto in un momento della competizione Rally Targa Florio in Provincia di Palermo

L’evento internazionale più seguito sin dai primi anni del Novecento, è sicuramente la Targa Florio tra le strade di Caltanissetta e Palermo. Evento automobilistico conosciuto in tutto il mondo fin dalla sua nascita nel 1906, dagli anni settanta tale corsa, per problemi di sicurezza, si trasformò in rally di interesse locale o nazionale così da essere declassata a livello internazionale. L’evento internazionale che è stato per anni l’appuntamento fisso della Sicilia è stato il Gran Premio di Formula 2 (poi Formula 3000) all’autodromo di Pergusa, che tuttora è chiuso. L’evento più importante in assoluto probabilmente è stata la XIX Universiade, ospitata nel 1997 tra Palermo, Catania, Messina e altri centri minori. Segue l’Europeo femminile Italia 1968 di pallacanestro, disputato a Messina, Ragusa, Catania e Palermo. Nel 2003 Catania è stata la sede dei Giochi Mondiali Militari e nel 2006 ha ospitato il Campionato Europeo di hockey su prato.

Per quanto attiene l’atletica leggera, l’evento più conosciuto a livello internazionale è sicuramente il Trofeo Sant’Agata di corsa podistica su strada che si corre tutti gli anni il giorno 3 febbraio per le strade del centro di Catania. Nelle sue 47 edizioni, ha visto fra i partecipanti Stefano Baldini vincitore della maratona all’Olimpiade di Atene 2004.

Nel 1994 si sono tenuti in Sicilia il Campionato del mondo di ciclismo su strada e i Campionati del mondo di ciclismo su pista: Catania ospitò le prove a cronometro su strada, Agrigento quelle in linea su strada e Palermo quelle su pista. Altri eventi di rilievo sono state le 3 partite dei Mondiali di calcio Italia 1990, ospitate allo Stadio La Favorita di Palermo (Olanda-Egitto 1-1; Eire-Egitto 0-0; Olanda-Eire 1-1). Nel 2005 e 2006 Trapani ha ospitato le regate Act 8 & 9 della Louis Vuitton Cup.

Nel 2002 Palermo ha ospitato i mondiali di baseball.
Nel 2006 Messina ha ospitato gli europei di softball.
Nel 2008 Acireale ha ospitato i mondiali di scherma junior e cadetti

Principali impianti sportivi
      
Città        Stadi del calcio     Capienza
Messina     Stadio San Filippo     40.200
Palermo     Stadio Renzo Barbera     36.871
Catania     Stadio Angelo Massimino     23.420
Sciacca     Stadio L.R. Gurrera     14.000
Marsala     Stadio Antonino Lombardo Angotta     13.500
Caltanissetta     Stadio Marco Tomaselli     12.000
Messina     Stadio Giovanni Celeste     12.000
Agrigento     Stadio Esseneto     10.000
Licata     Stadio Dino Liotta     9.000
Trapani     Stadio Provinciale di Trapani     7.000
          
Città     Palasport     Capienza
Catania     PalaNesima     6.500
Palermo     Palasport Fondo Patti     6.000
Messina     PalaRescifina     5.500
Acireale     Palazzetto dello Sport     5.500
Catania     PalaCatania     5.000
Trapani     PalaIlio     4.575
Priolo     PalaAcer     4.000
Ragusa     PalaMinardi     3.800
Capo d’Orlando     PalaFantozzi     3.613
Favara     PalaGiglia     3.500

 

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